Scheda e filmografia Michele Placido

  • Pummarò, 1990
  • Le amiche del cuore, 1992
  • Un eroe borghese, 1995
  • Del perduto amore, 1998
  • Un altro mondo è possibile, 2001
  • Un viaggio chiamato amore, 2002
  • Ovunque sei, 2004

Le sfide coerenti di Michele Placido

di Paolo D’Agostini

Che abbia solo interpretato da attore o concepito e diretto da regista, che le sue storie abbiano tratto linfa dalla realtà della cronaca, della politica e della storia, o che siano nate dalla letteratura o che infine si siano affidate all’invenzione o alle memorie personali deformate, che i suoi personaggi siano popolareschi o borghesi, Michele Placido è andato ad occupare in oltre trent’anni di carriera un posto di massimo rilievo nella vicenda del cinema italiano. Per la sua fascia d’età, anzi, rappresenta oggi in compagnia del solo Giancarlo Giannini – parliamo della generazione 50/60enne – la massima autorevolezza. La sua biografia ci dice che arriva da ragazzo a Roma dalla sua provincia meridionale, quella zona del nostro Mezzogiorno che sta tra il foggiano e il materano, per fare il poliziotto e con una propensione giovanile per l’estrema destra che nei primi anni Settanta raccoglie vasti consensi dopo l’equivoca rivolta di Reggio Calabria. Due profili della sua personalità destinati ad essere presto abbandonati (lasciata quasi subito la divisa Michele si iscrive all’Accademia d’arte drammatica) ma a sedimentare, con tante altre esperienze, e produrre una sensibilità attenta a tutto e tutti, non comune, terreno probabilmente fertile per quella capacità che Placido saprà sviluppare di indossare i più diversi panni sociali e culturali. Determinanti per i suoi esordi al cinema gli incontri con due registi. Mario Monicelli, che gli affida il ruolo del giovane poliziotto in Romanzo popolare, nel 1974, una delle ultime testimonianze (con Dramma della gelosia e C’eravamo tanto amati di Scola) della grande commedia cinematografica italiana di solido e robusto impianto sociale. E Marco Bellocchio che lo chiama, ancora un ruolo in uniforme, per il suo Marcia trionfale (1976). Nella stagione immediatamente successiva, prima di chiudere il decennio Settanta con il secondo film di Bellocchio (Salto nel vuoto) e della partecipazione al non memorabile film di Paolo e Vittorio Taviani Il prato, Placido viene diretto da Patroni Griffi in Divina creatura, da Montaldo in L’Agnese va a morire, da Lizzani in Fontamara e non solo. Fino all’incidente, ancorché l’attore riesca a mettere a segno una partecipazione incisiva, di Io sono mia, film di propaganda femminista su cui grava pesantemente la moda del momento. Gli anni Ottanta si aprono con un bel capitolo. E’ Tre fratelli, il film di Rosi che nell’81 tenta un precoce bilancio (dello stesso anno La caduta degli angeli ribelli del giovane Giordana, del successivo ottimo Colpire al cuore di Amelio) sull’Italia percorsa dal brivido terroristico. Dopo il felice debutto registico di Luciano Odorisio (Sciopèn), e gli incontri con Wertmuller (Notte d’estate con profilo greco, eccetera) e Ferreri (Come sono buoni i bianchi), ecco un’importante svolta. Del 1989 è Mery per sempre di Marco Risi. Di questo film, così decisivo nello sviluppo e nella crescita del «nuovo cinema italiano», Placido è un po’ la levatrice, ne favorisce la nascita, è grazie al suo interessamento che si realizza, come in parte era già avvenuto a vantaggio di Ecce bombo di Nanni Moretti. Subito dopo i fatti di Capaci Placido indossa in un film di Giuseppe Ferrara l’identità di Giovanni Falcone, ma l’anno chiave del decennio Novanta è il ’94 quando, con La vera vita di Antonio H che segna la prima regia dello sceneggiatore Enzo Monteleone e Poliziotti di Giulio Base, Placido sigla due delle sue migliori interpretazioni in assoluto. La prima è quella del faccendiere de Lamerica, il film di Gianni Amelio sul torbido legame tra Italia e “nuova” Albania. Meno favorito dalla fortuna ma non meno prezioso il ruolo che Placido interpreta accanto a Stefano Dionisi in Padre e figlio: raro esempio di storia di ambiente operaio (parecchi anni dopo la “replica” di Il posto dell’anima), sullo sfondo di una Genova mortificata nel suo antico primato di capitale industriale. Intanto però, con l’inizio del decennio Novanta, è iniziata la parallela avventura del regista Michele Placido. Che si dimostra originale, audace, dotato di una sorprendente personalità come non capita spesso per gli attori che mutano ruolo. Dopo il primo capitolo che è una storia sull’immigrazione, siamo nel ’90, di Pummarò, con Le amiche del cuore Placido affida a se stesso la parte non facile di un padre incestuoso, raccontato con andamento allusivo ma non reticente. Un eroe borghese (’95) segna la dimostrazione di un’eccellente capacità di direzione degli attori, l’avvocato Ambrosoli di Fabrizio Bentivoglio è da ricordare tra le migliori prestazioni del versatile attore lombardo. Il finale degli anni Novanta ci regala il bilancio di un uomo di spettacolo ormai capace di un ventaglio assai ampio di scelte. Sul versante attoriale si ricordano un nuovo incontro con Monicelli per Panni sporchi e con Bellocchio per La balia, mentre nello stesso anno ’99 Placido incarna Enzo Tortora nell’onesto ma non indimenticabile film di Maurizio Zaccaro Un uomo per bene, e il capoclan del tragicomico Liberate i pesci dove la regista Cristina Comencini fa i fuochi d’artificio nell’intrecciare una folla di personaggi affidati ad interpreti uno più calzante e affiatato dell’altro. Sul versante autoriale invece Placido propone un salto di qualità e di ambizione nel reinventare la storia di una donna, di cui la sua infanzia serba memoria indiretta attraverso i racconti familiari e domestici, che durante i primi duri anni Cinquanta fa politica da piccola coraggiosa dirigente comunista nel profondo e depresso Sud: è la pasionaria di Giovanna Mezzogiorno in Del perduto amore, film di schietta vocazione populista, anche questo come quello della Comencini baciato dalla felicità di un ottimo cast. Promettentissimo l’avvio del nuovo secolo-millennio. Da attore Placido è al centro di un film molto intenso e bello, Il posto dell’anima di Riccardo Milani, e di un’opera radicalmente provocatrice, L’odore del sangue di Mario Martone. Due saggi della sua apertura e disponibilità, del suo interesse a cercare incessantemente e mettere se stesso alla prova instancabilmente. Quello di Milani è il toccante confronto fra tre generazioni operaie – Placido rappresenta la maggiore, Silvio Orlando quella di mezzo, Claudio Santamaria l’ultima: meraviglioso terzetto di interpreti – messe bruscamente a confronto con i processi di ristrutturazione e le conseguenti caduta di consolidati valori e messa in discussione di accertate solidarietà. Un film, e un’interpretazione, davvero ispirati. Con Martone (“con”, è giusto, poiché Placido non ha mai l’aria di intervenire passivamente nei film, porta sempre con sé il dono di comunicare un’intima, passionale partecipazione) e accanto a Fanny Ardant, l’attore fa rivivere sia pur tra molte licenze l’autobiografica riflessione condotta da Goffredo Parise nel suo ultimo romanzo, incompiuto e pubblicato postumo. Il suo è un personaggio aspro, come aspro è il film, l’uno e l’altro di quelli destinati a non raccogliere consensi unanimi ma certamente a lasciare il segno. Ultimo film realizzato, e conosciuto, di Placido regista è Un viaggio chiamato amore, dove egli si sobbarca la difficilissima prova di tradurre in azione e drammaturgia un materiale poetico. Non solo, non tanto, le biografie di due poeti – Sibilla Aleramo ma soprattutto Dino Campana, burrascosa coppia di amanti – ma il loro mondo poetico. Anche qui ad avvantaggiare il risultato l’assortimento dei due interpreti: la provata autorevolezza di Laura Morante e quella insospettata di Stefano Accorsi. Allo stato attuale delle cose sappiamo che Placido ha già realizzato un nuovo film, Ovunque sei, di matrice sia pur molto liberamente pirandelliana; e che è in ballo il progetto di adattare allo schermo Romanzo criminale – «la peggio gioventù»: stessi anni, l’altra faccia della bella saga di Marco Tullio Giordana che del resto era stato il primo candidato al progetto – di Giancarlo De Cataldo. Con le sue pluridimostrate e oggi accresciute doti di uomo orchestra Placido rappresenta oggi un patrimonio di maturità, e di flessibilità, di duttilità, sempre però ispirata a intima coerenza.