Scheda e filmografia Matteo Garrone

  • Silhouette, 1996
  • Terra di mezzo, 1997
  • Bienvenido Espirito Santo, 1997
  • Un caso di forza maggiore, 1998
  • Ospiti, 1998
  • Estate romana, 2000
  • L’imbalsamatore, 2002

MATTEO GARRONE: IL DISAGIO E I FANTASMI

In una recente nottata di Fuori Orario (Raitre), il cinema di Matteo Garrone è stato inserito in una rassegna intitolata “il disagio degli spettri”, ed è stato un buon modo (il titolo era perfetto) per segnalare la particolarità di una cifra stilistica ed espressiva inconsueta nel nostro panorama culturale e anche per avviare un primo tentativo di inquadramento critico complessivo per l’autore forse più interessante del nuovo cinema italiano. Un cinema, quello di Matteo Garrone, che parla appunto di disagio e di fantasmi, ma non solo perché rappresenta piccole storie di infelicità esistenziale, piccole derive sociali, piccoli personaggi con il destino segnato. Il disagio è nel corto circuito connaturato nella materia e nel meccanismo di rappresentazione dei suoi film, il corto circuito di chi “vede” e “riconosce” con altro occhio e altra prospettiva una geografia umana minima ed esemplare, che sembra emotivamente lontana, sociologicamente circoscritta (di volta in volta si parla di immigrati, prostitute, emarginati, reduci), e invece puntualmente, inevitabilmente, ripete i gesti, rivive i sentimenti, insegue i sogni e le sconfitte anche di chi si sente al sicuro.

E’ come se per una volta, in questi piccoli film, i piccoli personaggi segregati sullo sfondo, guardati sempre di sfuggita e subito rimossi, ombre notturne, piene di infelicità e malessere (appunto fantasmi), avessero il privilegio del primo piano e della luce piena, trovassero la forza e la voce di raccontare la loro storia minima ed estrema, che incredibilmente ci riguarda, perché parla di contemporaneità, di quella cronaca quotidiana che non diventerà mai storia, mai esperienza. Chi è in campo non sa di esserlo, e chi è dietro la macchina da presa cerca quasi di annullarsi, di farsi dimenticare, di trattenere il respiro. Né esibizionismo né voyeurismo, ma pudore e rispetto, un minimalismo del racconto e della percezione accanito e noncurante, a volte eccessivo, quasi provocatorio: significativamente, in una vecchia intervista, Garrone ha citato come punto di riferimento culturale “Barthleby, lo scrivano” di Melville.

Quella di Garrone è per prima cosa una posizione morale, un’attenzione alla piccola dimensione quotidiana, che in una manciata di film sono diventati un metodo espressivo, una forma, un riconoscibile linguaggio d’autore. Nei suoi film ci sono figure più che personaggi, situazioni più che storie, linee di un discorso che si intreccia e continua, senza alcuna esibizione estetica se non quella di dire tutto con il poco che è a portata di mano: appunto i reietti, gli sconfitti, chi è senza radici, i fantasmi. Immigrati che cercano di ritrovare un equilibrio perduto, artisti senza passione, reduci di stagioni dimenticate che non si danno per vinti. C’è sempre, al fondo, un problema di proporzioni, uno scarto tra i desideri e il disincanto, tra i progetti troppo ambiziosi e la misura modesta in cui ogni volta sono inscritti.

In Estate romana c’è un artista che dipinge addirittura il nostro pianeta, ma poi per fare più in fretta aggiunge più mare che terra, e alla fine non si accorge neppure che il globo non potrà passare dalla porta di casa; e c’è la protagonista femminile del film (Rossella Or) che, qualche momento prima di sparire di nuovo, confessa che la sua tristezza di vivere «è indicibile», mentre il suo interlocutore (Victor Cavallo) le replica amaramente che le sue tristezze potrebbero invece essere raccontate tutte, ma lui non ne ha più voglia. Da una parte l’incoerenza, il disagio esistenziale, l’afasia, dall’altra la stanchezza, la malattia, la morte.

In questa discontinuità di misura, in questa impossibile sintonia, in questi destini di solitudine, c’è molto del cinema di Garrone e del suo modo di raccontare gli uomini e i sentimenti. C’è qualcosa che è indicibile per il cinema, altro che non vale la pena dire. E’ in questo spazio vuoto, narrativamente proficuo e incolmabile, che il cinema di Matteo Garrone afferma meglio la sua verità, o più precisamente, il suo fantasma, il precario confine tra finzione e realtà. In Silhouettes (sua opera d’esordio) la verità è quella aleatoria, ma a suo modo codificata, delle prostitute nigeriane e dei loro clienti. In Terra di mezzo, c’è la ricerca e l’insopportabile ingiustizia del lavoro nero. InOspiti, c’è in primo piano la rappresentazione del rapporto infelice e disattento tra gli immigrati e il paese che li ospita, il racconto fedele di un’impossibile integrazione. In Estate romana e in L’imbalsamatore (i film più recenti e noti di Garrone) c’è la messa in scena di storie più compiute, di personaggi che perseguono pur non riuscendoci un loro sviluppo narrativo.

In tutti i film, la presenza decisiva è data però dal contesto sociale in cui i personaggi si muovono: paesaggi senza anima, derive urbane e sociali, quartieri sfigurati, palazzoni di cemento, spiagge trasfigurate in discoteche, night club zeppi di trans. Veri protagonisti di Estate romana sono la Roma spettrale e cantierata per i lavori del Giubileo, il melting pot che anima giorno e notte Piazza Vittorio e l’Esquilino. E’ quello il contesto in cui i personaggi si muovono, vivono e scompaiono appunto come fantasmi. E il destino dei protagonisti diL’imbalsamatore sembra segnato già dal territorio che li imprigiona e rende infelici, un universo claustrofobico da cui non si può fuggire, malgrado i continui viaggi sull’autostrada e le corse in motoscafo. Il nord e il sud si sovrappongono, e lo squallore concentrazionario del Villaggio Coppola a Salerno coincide con la nebbia che prende alla gola della pianura padana. Più che di materia narrativa, ripeto, si parla di punto di vista, di scelte espressive, di linguaggio, che Matteo Garrone declina di film in film, attutendo o esasperando i toni e le luci, chiudendo il racconto o lasciandolo più aperto, lavorando più sulla dimensione del documentario, addirittura della cronaca urbana (Estate romana) oppure assecondando per una volta la struttura e le convenzioni della fiction (L’imbalsamatore).

In particolare, con il suo ultimo film Garrone esaspera e mette in luce gli aspetti più significativi di queste scelte linguistiche. Infatti a dare il senso più immediato ad un film peraltro denso ed elusivo come L’imbalsamatore non è tanto il clima di morte che lo pervade (il mestiere del protagonista, un maestro nel costruire simulacri di vita con carcasse di animali), quanto il punto di osservazione scelto dal regista sin dalla prima inquadratura: la soggettiva di un abbordaggio amoroso visto con lo sguardo di un marabout, un uccello che si nutre di cadaveri. E’ il segno linguistico – questa volta dichiarato in maniera quasi didascalica – di chi ama rovesciare le situazioni e guardare la realtà dai diversi punti di vista, ma è anche una chiave di lettura, perché già dall’inizio lo spettatore viene messo nelle condizioni di non sapere chi sia più libero fuori e dentro la gabbia di uno zoo, e dove inizi e finisca il territorio della vittima e del persecutore. Sia che si parli di prostitute nigeriane o extracomunitari clandestini, sia che si affronti il mistero insondabile di una passione amorosa e senza sbocchi, Garrone non si stanca di esplorare il labile confine tra il desiderio di fuga e la realtà, i sogni impossibili e il richiamo ai doveri, anche i più infimi. Ma nell’ultimo film questo margine diventa più angusto, quasi sovrapposto, e non c’è più salvezza possibile.

Ispirato a un fatto di cronaca nera accaduto a Roma qualche anno fa, L’imbalsamatore racconta un triangolo amoroso maledetto e destinato alla tragedia, ma lo fa, anche qui, con i toni del fantastico e della favola nera, della parabola esistenziale in cui non c’è riscatto. Peppino Profeta, il piccolo imbalsamatore protagonista del film, pur umiliato e ricattato dalla camorra, che lo costringe ai lavori più abietti (infarcire di cocaina i cadaveri offerti alle sue cure), crede a un certo punto di poter recitare la parte dell’uomo di potere e di coronare così un sogno d’amore che invece gli sfugge dalle mani. E’ un falso movimento il suo, uno specchio truccato. Come lo è la fuga che i giovani protagonisti del film ad un certo punto si illudono di poter compiere. Un falso movimento come lo è il sogno di un amore giocato solo sul sotterfugio, il sesso fatto per interposta persona, il rimosso. Matteo Garrone racconta questa volta una storia ma soprattutto indaga una sensazione di vita, come sempre non propone nessuna morale ma mette in scena, benissimo, un impasse esistenziale che non lascia scampo. Se Estate romana era una commedia ironica, e autoironica, che parlava di morte e di sconfitte, mischiando i veleni di Ferreri (la patologia del disagio, i tic esistenziali) con la leggerezza di Emmer (la lunga sequenza sulla spiaggia), L’imbalsamatore è un “crime movie” che diventa un “melò” e viceversa. In un senso o in un altro un cinema che sembra parlare di esistenze estreme e destini segnati, e ci mette ogni volta di fronte il nostro dolore quotidiano.

Piero Spila