Scheda e filmografia Carlo Lizzani

  • Viaggio al sud, 1949
  • Via Emilia Km 147, 1949
  • Modena, città dell’Emilia Rossa, 1950
  • Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato, 1950
  • Achtung! Banditi!, 1951
  • Ai margini della metropoli, 1952
  • L’amore che si paga (ep. L’amore in città), 1953
  • Cronache di poveri amanti, 1953
  • Lo svitato, 1955
  • La muraglia cinese, 1958
  • Esterina, 1959
  • Il gobbo, 1960
  • Il carabiniere a cavallo, 1961
  • L’oro di Roma, 1961
  • Il processo di Verona, 1963
  • La ronda (ep. Amori pericolosi), 1964
  • La vita agra, 1964
  • L’autostrada del Sole (ep. Thrilling), 1965
  • La Celestina, 1965
  • La guerra segreta, 1965
  • Un fiume di dollari, 1966
  • Svegliati e uccidi, 1966
  • Requiescant, 1967
  • Banditi a Milano, 1968
  • L’amante di Gramigna, 1969
  • L’indifferenza (ep. Amore e rabbia), 1969
  • Barbagia, 1969
  • Roma bene, 1971
  • Torino nera, 1972
  • Facce dell’Asia che cambia, 1973
  • Crazy Joe, 1974
  • Mussolini ultimo atto, 1974
  • Storie di vita e di malavita, 1975
  • San Babila ore 20 – un delitto inutile, 1976
  • Fontamara, 1977
  • Kleinhoff hotel, 1977
  • C’era una volta un re e il suo popolo, 1983
  • La casa del tappeto giallo, 1983
  • Nucleo zero, 1984
  • Mamma Ebe, 1985
  • Un’isola, 1986
  • Emma. Quattro storie di donne, 1987
  • Caro Gorbaciov, 1988
  • Cause à l’autre, 1988
  • La formula mancata, 1989
  • Cagliari, 1989
  • Capitolium, 1989
  • Cattiva, 1991
  • Il caso Dozier, 1993
  • Celluloide, 1996
  • La donna del treno, 1998
  • Luchino Visconti, 1999
  • Roberto Rossellini: Frammenti e battute, 2000
  • Maria Josè, l’ultima regina, 2002
  • Operazione Appia Antica, 2003
  • Le cinque giornate di Milano, 2004
  • La passione di Angela, 2005
  • Hotel Meina, 2007
  • Giuseppe De Santis, 2008

CARLO LIZZANI: IL CINEASTA PERFETTO

di Tullio Kezich

Il giorno 26 maggio la Libera Università di Maria SS. Assunta ha conferito a Carlo Lizzani la laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione. Pubblichiamo qui di seguito la laudatio di Tullio Kezich, che ringraziamo sentitamente.

Da quando è intervenuta una tardiva pacificazione, dopo le polemiche risalenti alla sua remota e aspramente discussa direzione della Mostra di Venezia, con Emilio Lonero siamo diventati amici: e abbiamo preso la consuetudine di sentirci spesso al telefono. Di queste telefonate, parecchie le abbiamo dedicate, negli ultimi mesi, al progetto di assegnare la laurea honoris causa della Libera Università di Maria Santissima Assunta a Carlo Lizzani, un altro storico ex-direttore della rassegna del Lido. L’invidia che potrebbe nutrire Lonero per Lizzani, constatando che quest’ultimo ebbe quattro anni (e non uno solo) per articolare il suo progetto festivaliero, non ha fatto velo allo sguardo lucido di Emilio. Che dal primo momento, inarrestabile nel suo temperamento di “avanzatore” (come chiamava Fellini il tipo di persona che sa portare avanti le cose) ha ideato l’iniziativa e nel contempo ha deciso che dovevo essere io a tenere l’elogio ufficiale del Maestro.
La prospettiva mi lusingò, anche se forse “non sum dignus”. Ma quanti siamo ancora in circolazione che praticano Carlo da tanti anni? Quanti lo hanno seguito da estimatori, da amici per un periodo così lungo? O addirittura pedinato da critico militante, come è toccato a me, magari con qualche giudizio non sempre positivo che ogni tanto riaffiora (e ogni volta mi dispiace) nei vari Dizionari dei film. Chi ha seguito la sua innovativa conduzione del Lido? Chi lo ha concretamente visto all’opera e può testimoniare sulla sua professionalità? Siamo davvero rimasti in pochi, da contare sulle dita di una mano. Mi sono reso dunque conto, soprattutto per motivi di anagrafe, che non potevo sottrarmi all’invito.
Sul titolo da dare al discorso che mi è subito balenato alla mente, Carlo Lizzani il cineasta perfetto, Emilio lì per lì ha avuto qualche dubbio. C’è una frase di uso comune che sentenzia: «Nessuno è perfetto». Quindi definire Lizzani “perfetto”, anche solo dal punto di vista della Settima arte, non rischiava di suonare azzardato? All’obiezione, senza dubbio sensata, ho risposto: «Ma Carlo si può battezzare il cineasta perfetto proprio perché è imperfetto; e l’imperfezione è ciò che si richiede per essere perfetto nel cinema» Ammetto che è un paradosso e ci ho messo un po’ a spiegarlo. Mi proverò a farlo anche qui. Il cinema è l’arte più composita del XX secolo. Mario Soldati la considerava un’arte minore perché per esistere, diceva, ha bisogno di tutte le altre arti. In realtà (proprio causa il carattere imperfetto) ha bisogno anche di componenti che con l’arte non c’entrano affatto: occhio amministrativo per stare dentro i bilanci, senso del mercato, tempestività… E poi, visto che un film è sempre un’impresa impossibile da affrontare da soli, bisogna saper valorizzare il lavoro altrui, coltivare l’attitudine al comando, mostrarsi in grado di tenere la barra in una navigazione che sempre avventurosa e irta di pericoli. E’ necessario saper discutere, all’occasione litigare o viceversa intonarsi con i produttori, infondere fiducia alla squadra, rispettare i tempi previsti. Ora non dico che Lizzani possiede tutte queste qualità necessarie, ma tra i cineasti è uno di quelli che ci vanno più vicino.
E’ questo il Lizzani numero uno, il regista, cui fa riscontro un Lizzani numero due, altrettanto importante, che è lo scrittore. Un saggista misurato e attento che ha sempre seguito il cinema da critico, da storico e da analista. Di Carlo ho letto innumerevoli articoli – ho cominciato proprio a conoscerlo sulle pagine di “Cinema” vecchia serie – e alcuni libri. Occorre ricordare che tra un film e l’altro il nostro ha trovato il tempo di aggiornare la sua Storia del cinema italiano divenuta fin dalla metà degli anni ’50 una stella polare nel panorama degli studi. In quel trattato, tanto per estrapolare un esempio, il lungimirante Lizzani fece subito posto, senza riserve, all’emergente Fellini contro l’ondata di esecrazione che tentava di travolgerlo da sinistra. Aggiungo che il più concreto omaggio da fare a Carlo è quello di divulgare la sua autobiografia Il lungo viaggio nel secolo breve: l’autoritratto di un vetero-comunista non estremista, aperto ai dubbi, equilibrato; e insieme una preziosa testimonianza intellettuale su eventi e problemi della contemporaneità, incluso un problematico diario (uno dei primi) dalla Cina di Mao.

Il festeggiato lo conosco da quando nel 1950 Callisto Cosulich e io lo invitammo al Circolo Cultura e Arti di Trieste. Fu un incontro memorabile: passò una mattinata a casa mia, dandomi generosi consigli per un libro sul neorealismo che intendevo pubblicare (si badi, ero un ragazzo) e comparandolo al lavoro di ben altra importanza che lui stava scrivendo sullo stesso argomento. Si era portato dietro il suo primo documentario, Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato, una veemente accusa contro il latifondo dove presentava (vogliamo dire denunciava?) i vari baroni proprietari addirittura mostrandoli in fotografia. Da bravi borghesi impermeabili alle tematiche sociali, i soci del circolo inorridirono. Ma alla fine Carlo si presentò sul podio come lo vedete qui oggi (non è cambiato granché) nel suo rassicurante doppiopetto con cravatta intonata. Sdrammatizzando la situazione, illustrò la gravità del problema, le motivazioni del suo lavoro e poco a poco riuscì a interessare l’uditorio, forse perfino a convincere qualcuno; e in fondo al discorso, incredibile, fu perfino applaudito. Un conoscente, uscendo dalla sala, mi disse: «Ma quel Lizzani lì è vero che è comunista? Eppure sembra una persona per bene». Ho ripensato spesso a questa singolare sortita perché rispecchia la mentalità dell’epoca (e non solo dell’epoca) che sul fronte della cultura cinematografica ci sforzavamo di superare.
A questo punto si imporrebbe una breve panoramica su un’operosità estesa su sei decenni. Tale giro d’orizzonte, nei limiti del presente intervento, sarà per forza sommario. Non intendo fare analisi approfondite o tirare conclusioni su un’opera omnia che tra film, documentari e filmati per la TV annovera (correggetemi se sbaglio) oltre 60 titoli. Sugli esordi nella professione mi limito a un accenno. Durarono oltre un quinquennio (allora si faticava per diventare registi) al servizio di maestri quali Peppe De Santis (è al suo fianco per Caccia tragica e Riso amaro), Roberto Rossellini e Alberto Lattuada (per il quale in Il mulino del Po oltre a fare l’aiuto interpretò in divisa un repressore savoiardo). Da tutti Lizzani ha ereditato qualcosa: il piglio appassionato di Peppe; la ricerca dello stile di Alberto, virtuoso dell’inquadratura e del montaggio; ma soprattutto importante è la discesa all’inferno chiamata Germania anno zero che intraprende con Rossellini. Uno sguardo disperato sulla tragedia europea lasciata da Hitler. Ci sarebbe da odiare i tedeschi per sempre, eppure nel corso dell’esperienza fra le rovine di Berlino Lizzani si lega a quella che è la sua ninfa Egeria ancora oggi, la pittrice Edith Bieber. Quasi una riconciliazione simbolica con la parte della Germania indenne dalla tabe nazista e che si prepara a lavorare in vista di un futuro diverso. Nel 1948 ci voleva un certo coraggio per rientrare a Roma, nel familiare ambiente della sinistra, con una moglie tedesca. Un altro segno di spregiudicatezza e libertà mentale; e, se posso permettermi, di occhio lucido nelle scelte non solo cinematografiche. La prima cosa che colpisce scorrendo la filmografia è l’eclettismo. Lizzani è un regista pragmatico, capace di alternare una commediola come Il carabiniere a cavallo e un classico come Il processo di Verona; ma all’interno di una quantità di opere spesso molto diverse per intenti e qualità si può tuttavia rintracciare un motivo unificatore. Quale? In proposito ho un’idea, che non riguarda solo Carlo ma buona parte dell’ambiente culturale in cui si sviluppa la sua personalità. Ovvero quella smania di informazione e confronto nata dall’essere cresciuti sotto un regime dittatoriale che ti negava tutto. Di qui la spinta di fondo a vedere le cose e a scoprire se stessi attraverso il cinema e le letture. Di qui l’impegno a un’obiettività di visione storica; di qui l’attrazione per la cronaca nera, all’epoca proibitissima. A questo aggiungiamo la nota individuale di una curiosità instancabile e divagatoria che ha condotto Lizzani a muoversi in varie direzioni, sulle quali volta a volta la sua intelligenza e la sua alacre fantasia hanno lavorato senza negarsi nulla. Perfino quando si è addentrato nel territorio della commedia, tentativo non sempre riuscito, lo ha fatto con l’intento di scavalcare la frivolezza dei “telefoni bianchi”. La complessa poetica del nostro è il risultato di una tenace auto educazione. Mi viene in mente l’assioma che ripeteva Giorgio Strehler: «Bisogna essere maestri di se stessi».

Nell’opera lizzaniana indicherei comunque tre filoni principali. Ovvio che il Lizzani maggiore è quello al servizio dei suoi fondamentali interessi storico-politici. Ho già nominato Il processo di Verona, un classico indiscusso, forse il suo capolavoro. Ma questa ottica è già in via di maturazione nel primo lungometraggio, Achtung banditi, palpitante evocazione della guerra partigiana. Noto per inciso a proposito dell’esordio registico che fra gli attori, in gran parte assemblati con criterio neorealista, il regista è riuscito ad assicurarsi la presenza della diva del momento, Gina Lollobrigida. Convinto fin da principio del fatto che il cinema, anche quello più austero, è pur sempre il cinema e per catturare il pubblico ha bisogno di ogni sostegno possibile, Lizzani confermerà questa scelta di metodo nel seguito della parabola professionale: lavorando con grandi nomi come Girotti, Mastroianni, Silvana Mangano, Tognazzi, Volonté, Eli Wallach. Rod Steiger, Henry Fonda e via enumerando. Il nostro li ha diretti con la stessa tranquillità con cui ha pilotato la Masina quasi all’esordio e interpreti di passaggio come Giuliano Montaldo, Pasolini, Modugno. Consapevole, nell’abituale chiave di pragmatismo, che sullo schermo tutti contano, ma una presenza di richiamo può dare più luce a un film. Nel proseguire la serie storica troviamo Cronache di poveri amanti (fedele rispecchiamento del romanzo di Vasco Pratolini che evoca le violenze fasciste a Firenze nel ‘25); e che potrebbe avviare una riflessione sull’uso sempre corretto, seppur creativo, di eventuali fonti letterarie: vedi, tanto per citare un altro esempio, il televisivo Fontamara da Silone. A Poveri amanti seguono L’oro di Roma (la retata nazifascista del ’43 degli ebrei del Ghetto), Mussolini ultimo atto (i cinque giorni che concludono il destino del Duce), Hotel Meina e altri ancora. Sono titoli che messi l’uno accanto all’altra possono costituire un ampio panorama del ventennio; e una lucida volontà di ricordare, approfondire, capire.
Altrettanto importante e artisticamente risolto è il filone della cronaca nera, che rappresenta una riuscita fusione fra l’influsso del film gangster americano con l’irrinunciabile fedeltà al neorealismo. La serie si apre con l’opera seconda, Ai margini della metropoli e prosegue con film come Il gobbo, Svegliati e uccidi, Banditi a Milano, Barbagia, Milano ore 20 e sono certo che ne dimentico qualcuno. L’uno per l’altro tutti vividi, interessanti, capaci di trasformare la realtà in spettacolo senza alterarla. C’è poi talvolta, accanto a occasioni di puro mestiere ovvero a quei film che la critica chiama “alimentari”, una manciata di iniziative anomale. A questo terza sezione iscriverei Lo svitato del ’56 che propone, forse anticipata per il pubblico, un nuovo tipo di comicità con Dario Fo. Non può dirsi un successo, ma aver proposto Fo con mezzo secolo di anticipo sul Nobel resta pur sempre un titolo di merito. E mi piace citare, un po’ a caso, La vita agra dal romanzo di Luciano Bianciardi, La Celestina (un quadro d’ambiente che riporta per un attimo alla ribalta Assia Noris), Crazy Joe (una riuscita parafrasi dello stile USA).

Mentre il discorso si avvia alla fine, mi viene in mente un episodietto remoto, quando Lizzani rivestì addirittura l’abito ecclesiastico, sia pure sullo schermo. Aveva preso il nome di don Camillo (ma non era un progenitore di Fernandel) impersonando un prete fucilato dai nazisti in Il sole sorge ancora di Vergano. Al fianco, in un abbinamento significativo, il prete come martire in seconda era un comunista (nella vita e nella finzione), Gillo Pontecorvo. Si trattò, ovviamente, in quella pellicola del 1946, di un gioco fra amici, ma con una sfumatura di serietà perché serio era l’argomento. Ma si trattò anche di un risparmio produttivo, considerando che i due improvvisati figuranti erano già pagati (pochissimo, suppongo) per svolgere altre mansioni nel film. La sequenza, molti di voi lo sanno, diventò un classico del cinema resistenziale. Di conseguenza, anche per attenuare la solennità del momento, vi invito a immaginare Carlo ancora una volta in abito talare. Non c’è bisogno che gli mettiamo alle spalle il plotone di esecuzione; e invece, da costumisti spregiudicati, mettiamo a Lonero un fazzoletto rosso al collo. Niente paura: il fazzoletto è solo per la foto ricordo, lo toglierà subito. Eppure, scommetto che i due sotto le vesti invertite si riconosceranno sodali e si abbracceranno da intellettuali responsabili. Sono convergenze che durano un attimo, lo sappiamo bene: il tentativo di rifare miniaturizzato quel fallito compromesso storico che una trama nera riuscì a bloccare per mano degli sgherri che trucidarono Aldo Moro. Ci piacerebbe che un breve ricordo della conciliazione incompiuta avvenisse, almeno saltuariamente, fra le mentalità libere e in buona fede. A cercarle col lanternino nel nostro disgraziato paese io insisto a pensare che si trovano ancora. E Lizzani, che ha sempre dimostrato di saper avere stima e considerazione per il “nemico” al di là delle barriere ideologiche, è uno di questi. Un sicuro modello a cui guardare in quella che, voltando definitivamente pagina rispetto all’odio, al servilismo, alla conflittualità potrebbe finalmente essere la nuova Italia. Credo di aver spiegato perché l’odierna celebrazione, al di là dell’omaggio reso da una scuola di alte ambizioni a un maestro del nostro tempo può assumere un significato più ampio del previsto; e magari (bando al pessimismo) l’annuncio di stagioni migliori.

Tullio Kezich