Rossellini, Togliatti e il critico

Molto interessante il carteggio tra Rossellini e Togliatti tratto dall’Archivio storico del Senato e pubblicato da Repubblica il 14 gennaio scorso. Un grande regista, amareggiato da come i critici cinematografici dei giornali di sinistra hanno trattato un suo film, si rivolge al leader di un grande partito politico. E il leader del PCI, Palmiro Togliatti, entra nel merito della questione e addirittura rilancia il dibattito su come la critica dovrebbe interagire col cinema. Tutto questo all’inizio degli anni Sessanta. Rossellini ha appena girato Viva l’Italia, che non ha soddisfatto né la critica né il pubblico, ma è ferito soprattutto da quanto ha scritto Tommaso Chiaretti su l’Unità: «un film che è poco più che nulla, un film di scadente livello formale, tecnico, ideologico, narrativo e spettacolare». Rossellini reagisce rimproverando la critica cinematografica di sinistra di non aver capito neppure il neorealismo, di aver contribuito a introdurre il neorealismo dottrinario dei teorici e dei saggisti, favorendo così la crisi del movimento e la nascita di un cinema basato su «incomunicabilità, sesso e solitudine». Chi tenta di operare coraggiosamente in campo culturale – dice – dovrebbe contare sull’appoggio delle forze politiche più sinceramente democratiche. E invece.
Togliatti risponde dando ragione di fatto a Rossellini. Anche lui molto spesso non si trova d’accordo con quanto scrivono i critici dei giornali della sinistra, anche se nel contempo avanza delle critiche su Viva l’Italia. Non è però questo il punto – aggiunge – perché il problema vero è che sta avanzando un “livello odiosamente mercantile delle attività culturali” e contro questo fenomeno tutti devono opporsi con decisione.
Questo accadeva negli anni Sessanta e, anche se sembra ormai inverosimile, fa parte della nostra storia culturale. C’è uno scambio di opinioni, una richiesta di intervento e una risposta. Al di là del merito delle argomentazioni (ad esempio, su quanto dice Rossellini sul cinema “intimista” e su Gioventù bruciata si potrebbe eccepire), quello che è importante sottolineare è che qui il cinema si confronta con la politica, e lo fa a livello alto, se non altissimo. C’è un evidente rispetto, una grande attenzione, un reciproco riconoscimento di ruoli. Ma la cosa ancora più significativa è che ad elevarsi allo stesso livello c’è la critica cinematografica, che evidentemente svolgeva una funzione, aveva un peso, era al centro della cultura del paese. Se spostiamo la stessa situazione ai giorni nostri c’è solo desolazione. Il rapporto tra politica e cinema è praticamente inesistente, basti pensare ai tagli draconiani fatti dal governo al FUS o, in termini più generali, anche all’invettiva di Nanni Moretti sul palco di Piazza Navona.
Il problema è che si sta sempre più perdendo anche il rapporto fra critica e cinema italiano. A segnalarlo stanno l’indifferenza diffusa dei produttori e degli autori all’esercizio della critica, e una certa disattenzione per i film italiani produttivamente più deboli ma comunque meritevoli di attenzione (in genere poche righe di recensione o addirittura il silenzio). Il risultato è che sempre più spesso i registi si sentono abbandonati a se stessi e i critici perdono progressivamente ruolo e importanza.
Dagli anni Sessanta viene un insegnamento: altri tempi, certamente altri uomini, ma anche una diversa attenzione, una diversa volontà. Sulla qualità dei tempi e degli uomini ci sarà certo da lottare a lungo, ma sull’attenzione e la volontà si potrebbe già da ora fare meglio.