Ripristiniamo un terreno di confronto

Il tentativo di CineCritica di aprire un dibattito sulla funzione della critica cinematografica nei riguardi del cinema italiano e, soprattutto, sul rapporto oggi esistente tra critici e registi, ha portato alla luce quello che in fondo un po’ tutti sapevamo. La critica serve a poco al cinema italiano e, più in generale, incide sempre meno nei processi di lancio e consumo del prodotto cinematografico.
C’è sicuramente un problema di spazi a disposizione, resi sempre più angusti e precari dalla miope politica culturale dei media (pagine e pagine tutte uguali a inseguire le stesse conferenze stampa, gli stessi personaggi, gli stessi eventi supergonfiati). Ma c’è, in una condizione di oggettivo progressivo degrado, anche una responsabilità della critica con cui dover fare i conti, un calo di tensione che porta ad assecondare i rumori di fondo di un sistema autoregolatosi sugli indici del successo commerciale, e ad avere poca o nessuna attenzione per ciò che emerge, o tenta di sopravvivere, come ricerca e innovazione.

Lo spazio e il tempo sono certamente pochi, ma potrebbe avere senso domandarsi se il tempo e lo spazio sono pochi (e finiranno con scomparire) anche perché utilizzati banalmente. Funzione della critica è da sempre segnalare il nuovo e difendere (se non imporre) la qualità. E’ una funzione spesso dimenticata o interpretata con stanchezza e poca convinzione.
Chi rischia di più nella situazione data è il cinema più debole, e dunque anche il cinema italiano che infatti paga il prezzo più alto, sia a livello di pubblico (a parte alcune felici eccezioni degli ultimi tempi), sia, ed è la cosa che più sorprende, a livello di attenzione critica. Restiamo a quest’ultimo aspetto.
Da una parte, c’è quasi sempre una severità esagerata verso i prodotti nazionali che, pur pieni di problemi (anzi proprio per questo), meriterebbero giudizi più analitici e meno definitivi; dall’altra, c’è l’assordante silenzio in cui muore la stragrande maggioranza della nostra produzione. E’ un malessere diffuso, che si manifesta anche nei momenti più impensati. Un esempio. Nelle settimane scorse si è registrato il quasi contemporaneo successo di due film italiani importanti e meritevoli di attenzione, La stanza del figlioL’ultimo bacio. Poteva essere per la critica, dopo tanti anni, un’occasione preziosa per esercitare nuovamente e in “prima pagina” il suo ruolo (intenzioni d’autore, approfondimenti tematici, analisi linguistiche); viceversa, la cosa più appariscente è stata la conta delle statuette assegnate all’uno e all’altro, e un improponibile duello Coppi/Bartali, con le dichiarazioni messe in fila tra chi era “pro” e chi era “contro”.
Solo un segnale, ma eloquente, di come la critica esercita la sua funzione (insieme alle palle nere e alle faccette che piangono), di come la critica debba sempre di più travestirsi per cercare (senza riuscirci) di dire la sua.

Il problema è grave e per affrontarlo bisognerebbe intanto essere meno divisi. Gli interventi degli autori che abbiamo pubblicato in queste settimane (Chiesa, Modugno, Rosi, Segre), al di là delle motivazioni più o meno condivisibili, denunciano un disagio reale. La mancanza di un terreno di confronto tra chi fa cinema, in condizioni spesso disperate, e chi ha il compito di studiarlo.
C’è stata un’epoca in cui una rivista come Cahiers du Cinéma riusciva a imporre non solo un gusto ma un modo di fare cinema. Altri tempi, certo. Per quanto ci riguarda ci accontenteremmo di ripristinare un clima di attenzione e una voglia di dialogo. Per cominciare, un terreno di confronto non può che essere la critica.