Lo stato della critica cinematografica

Un po’ come avviene nel cinema italiano, dove per i giovani registi sembra quasi più facile esordire che proseguire nella loro carriera, così anche nella critica cinematografica si vive una situazione di curiosa apertura, quasi di liberalizzazione. Le occasioni per fare critica ed esprimere il proprio pensiero critico, infatti, non mancano, anzi si moltiplicano. Almeno in apparenza, se non sono aumentati gli spazi disponibili (di certo non sono aumentati quelli della critica su quotidiani e periodici), sono però aumentate le modalità e le occasioni per fare critica, per dare e ricevere informazioni sul cinema, potenzialmente per riflettere “criticamente” sul fenomeno cinematografico: dai nuovi media (i siti telematici, le testate web, le radio locali), all’editoria specializzata, all’università, ai festival, alle rassegne tematiche, alle tante manifestazioni locali organizzate per iniziativa di enti e associazioni.

Il panorama della critica cinematografica è ormai così ampio, variegato e frammentato, nelle caratteristiche e nelle metodologie, che è quasi impossibile, e forse inutile, cercare di stilare un repertorio attendibile. Più utile certamente approfondire il tipo di evoluzione avuta negli ultimi tempi dalla professione critica, analizzare la sua trasformazione se non qualitativa, di certo quantitativa: quindi, cosa è diventata la critica cinematografica? Come è possibile farla oggi? Cosa è destinata a diventare in futuro?

Il primo dato è oggettivo. Se è diventato più facile di un tempo esercitare la funzione critica, mai la critica ha contato così poco. Quasi per una conseguenza inflattiva si moltiplicano gli spazi e le occasioni del fare critica, diminuiscono i momenti dell’ascolto e del confronto, si marginalizza progressivamente la funzione e l’incidenza della critica nel processo della produzione e del consumo del cinema. Mi sembra che questo sia il punto più centrale e impellente: quindi, non fare il ritratto di quello che siamo, ma cercare di vedere quello che facciamo, come lo facciamo.

Il discorso deve partire necessariamente da casa nostra, dal Sncci. Provare a fare il punto dello stato della critica cinematografica, partendo da un luogo di osservazione sicuramente significativo, come il Sncci, che è comunque un punto di riferimento importante per chi fa critica in Italia, e anche per il ruolo che svolge nei luoghi istituzionali del cinema, per le attività e le iniziative che riesce a realizzare.
Un punto di osservazione significativo, non tanto per i numeri che fornisce, e per i risultati conseguiti, che potrebbero anzi indurre ad un ottimismo ingiustificato, quanto invece per le criticità che fa emergere su come si esercita oggi la critica, e sull’incidenza reale nei processi del cinema. Più in generale, c’è per la critica il rischio di parlare nel vuoto, di non comunicare a sufficienza, di non incidere nei processi e nei fenomeni del cinema, e quindi di essere da una parte sempre più marginalizzati nella struttura della comunicazione cinematografica, dall’altra di essere sempre più relegati in un ruolo in gran parte autoreferenziale. Ovvero il massimo dell’appiattimento, o il massimo della specializzazione. L’omologazione o la riserva indiana. Insomma, da una parte aumenta, o sembra aumentare, l’interesse per la critica (adesioni al sindacato, richieste di collaborazione alle riviste, partecipazione alle facoltà universitarie, editoria), dall’altra diminuisce drammaticamente il peso della critica. Una vera schizofrenia, una patologia. Basta guardarsi in giro per capirlo: basta leggere i giornali, basta guardare la televisione.