Italiani a Cannes

Il successo del cinema italiano all’ultima edizione del Festiva di Cannes, dove era presente con ben quattro film programmati in tre diverse sezioni, offre diversi spunti di riflessione. Intanto, come annotazione se vogliamo marginale, possiamo ricordare che lo scorso anno nessun nostro film venne selezionato dalla stessa manifestazione e che da parte di alcuni rappresentanti della nostra cinematografia, e anche del nostro giornalismo cinematografico, ci furono, al riguardo, reazioni scomposte, dettate dal risentimento nazionalistico e, insieme, dalla ricorrente inclinazione al vittimismo. A distanza di un solo anno possiamo constatare che “i francesi” non ci sono pregiudizialmente ostili, e che dovremmo imparare a essere autocritici quando è opportuno, e anche, per altro verso, a contenere l’entusiasmo quando le cose sembrano andar bene.
Un’altra osservazione riguarda un fatto più rilevante: l’esistenza, di cui d’altronde potevamo già da tempo essere coscienti, di un cinema italiano capace di confrontarsi e di rappresentare criticamente la realtà italiana, senza necessariamente riproporre forme espressive epigoniche (realistiche o neorealistiche), per puntare, invece, sulla ricerca “linguistica” e sulla connotazione stilistica. E infatti, con particolare riferimento ai film di Garrone (Gomorra) e Sorrentino (Il divo) presentati in concorso e premiati, quello che appare davvero molto positivo non sono tanto o soltanto le tematiche proposte, quanto, soprattutto, il loro valore cinematografico, il loro esito artistico, che sostanzia il loro spessore discorsivo e la loro stessa portata ideologica e politica. Valutazioni analoghe, almeno in parte, sono appropriate anche per i film, proiettati in due sezioni collaterali, di Giordana (Sangue pazzo) e Munzi (Il resto della notte), anch’essi meritevoli dei consensi critici ottenuti.
A ben vedere, tutti questi soddisfacenti risultati non sono poi così sorprendenti, dal momento che Garrone e Sorrentino avevano già da tempo evidenziato la loro autorialità con alcuni film originali ed esteticamente convincenti, che Giordana, operativo da molto più tempo, ha al suo attivo una filmografia più che rispettabile e che Munzi, uno dei cineasti dell’ultimissima generazione maggiormente dotati, aveva dimostrato con la sua opera prima (Saimir) di avere il talento e il rigore necessari per trattare in modo serio e approfondito problematiche sociali urgenti. Peraltro non bisogna dimenticare che ci sono altri giovani registi italiani capaci di rapportare il loro impegno contenutistico a soluzioni formali avanzate, anche se non raramente le loro opere si sono scontrate con le “chiusure” del nostro mercato cinematografico. Un’ultima considerazione, forse quella da tenere maggiormente presente, riguarda i modi di produzione dei suddetti film, e cioè proprio l’aspetto che hanno in comune: l’aver fatto tutti ricorso al Fondo di garanzia, che presumibilmente è stato decisivo per la loro realizzazione. Specialmente in questa fase di mercantilismo spinto (ormai diventato una vera e propria ideologia), non va sottaciuta né sottovalutata la lezione ricavabile da questa circostanza, che vede lo Stato farsi promotore di cultura; e che vede questa politica culturale premiata anche in campo internazionale, con ricadute positive per l’immagine del nostro paese, e con l’accresciuta possibilità di dare alla domanda culturale degli spettatori una risposta positiva.
E’ auspicabile che anche alla Mostra del Cinema di Venezia sia possibile riscontrare, per il cinema italiano, esperienze e risultanze simili, ed è ancor più auspicabile che i nuovi responsabili del Ministero per i Beni e le Attività Culturali continuino, anzi, rafforzino questa politica culturale, che dopotutto è proprio quella indicata nella “ragione sociale” del loro stesso Dicastero. Che in Italia si possa produrre un maggior numero di film è indubbiamente importante, che tra questi sia più elevato il numero di quelli artisticamente e culturalmente qualificati è ancor più importante: questa è una priorità, da unificare a un’altra priorità che dovrebbe caratterizzare in modo speciale la politica cinematografica dello Stato, cioè quella di favorire una sempre maggiore visibilità proprio ai film più validi sotto l’aspetto artistico e culturale, valorizzando così lo statuto sociale del nostro cinema e, insieme, rafforzandone l’identità.

Il successo del cinema italiano all’ultima edizione del Festiva di Cannes, dove era presente con ben quattro film programmati in tre diverse sezioni, offre diversi spunti di riflessione. Intanto, come annotazione se vogliamo marginale, possiamo ricordare che lo scorso anno nessun nostro film venne selezionato dalla stessa manifestazione e che da parte di alcuni rappresentanti della nostra cinematografia, e anche del nostro giornalismo cinematografico, ci furono, al riguardo, reazioni scomposte, dettate dal risentimento nazionalistico e, insieme, dalla ricorrente inclinazione al vittimismo. A distanza di un solo anno possiamo constatare che “i francesi” non ci sono pregiudizialmente ostili, e che dovremmo imparare a essere autocritici quando è opportuno, e anche, per altro verso, a contenere l’entusiasmo quando le cose sembrano andar bene.Un’altra osservazione riguarda un fatto più rilevante: l’esistenza, di cui d’altronde potevamo già da tempo essere coscienti, di un cinema italiano capace di confrontarsi e di rappresentare criticamente la realtà italiana, senza necessariamente riproporre forme espressive epigoniche (realistiche o neorealistiche), per puntare, invece, sulla ricerca “linguistica” e sulla connotazione stilistica. E infatti, con particolare riferimento ai film di Garrone (Gomorra) e Sorrentino (Il divo) presentati in concorso e premiati, quello che appare davvero molto positivo non sono tanto o soltanto le tematiche proposte, quanto, soprattutto, il loro valore cinematografico, il loro esito artistico, che sostanzia il loro spessore discorsivo e la loro stessa portata ideologica e politica. Valutazioni analoghe, almeno in parte, sono appropriate anche per i film, proiettati in due sezioni collaterali, di Giordana (Sangue pazzo) e Munzi (Il resto della notte), anch’essi meritevoli dei consensi critici ottenuti.A ben vedere, tutti questi soddisfacenti risultati non sono poi così sorprendenti, dal momento che Garrone e Sorrentino avevano già da tempo evidenziato la loro autorialità con alcuni film originali ed esteticamente convincenti, che Giordana, operativo da molto più tempo, ha al suo attivo una filmografia più che rispettabile e che Munzi, uno dei cineasti dell’ultimissima generazione maggiormente dotati, aveva dimostrato con la sua opera prima (Saimir) di avere il talento e il rigore necessari per trattare in modo serio e approfondito problematiche sociali urgenti. Peraltro non bisogna dimenticare che ci sono altri giovani registi italiani capaci di rapportare il loro impegno contenutistico a soluzioni formali avanzate, anche se non raramente le loro opere si sono scontrate con le “chiusure” del nostro mercato cinematografico. Un’ultima considerazione, forse quella da tenere maggiormente presente, riguarda i modi di produzione dei suddetti film, e cioè proprio l’aspetto che hanno in comune: l’aver fatto tutti ricorso al Fondo di garanzia, che presumibilmente è stato decisivo per la loro realizzazione. Specialmente in questa fase di mercantilismo spinto (ormai diventato una vera e propria ideologia), non va sottaciuta né sottovalutata la lezione ricavabile da questa circostanza, che vede lo Stato farsi promotore di cultura; e che vede questa politica culturale premiata anche in campo internazionale, con ricadute positive per l’immagine del nostro paese, e con l’accresciuta possibilità di dare alla domanda culturale degli spettatori una risposta positiva.E’ auspicabile che anche alla Mostra del Cinema di Venezia sia possibile riscontrare, per il cinema italiano, esperienze e risultanze simili, ed è ancor più auspicabile che i nuovi responsabili del Ministero per i Beni e le Attività Culturali continuino, anzi, rafforzino questa politica culturale, che dopotutto è proprio quella indicata nella “ragione sociale” del loro stesso Dicastero. Che in Italia si possa produrre un maggior numero di film è indubbiamente importante, che tra questi sia più elevato il numero di quelli artisticamente e culturalmente qualificati è ancor più importante: questa è una priorità, da unificare a un’altra priorità che dovrebbe caratterizzare in modo speciale la politica cinematografica dello Stato, cioè quella di favorire una sempre maggiore visibilità proprio ai film più validi sotto l’aspetto artistico e culturale, valorizzando così lo statuto sociale del nostro cinema e, insieme, rafforzandone l’identità.