Il cinema italiano nel 2000: un bilancio contraddittorio

Un sintetico bilancio annuale del cinema italiano alla fine del 2000 dà luogo a considerazioni contrastanti, contraddittorie, derivanti soprattutto dalle valutazioni negative concernenti l’andamento industriale e commerciale, cui si contrappongono le valutazioni positive che si possono fare circa le sue risultanze artistiche e culturali.

A illustrare la difficile situazione economica della nostra cinematografia, bastano pochissime cifre: nella corrente stagione , la quota del mercato cinematografico nazionale occupata dai film italiani oscilla tra il 16% e il 18%, mentre il numero complessivo degli spettatori cinematografici, rispetto alla precedente stagione, ha subito una flessione di oltre il 10%.
Questi dati indicano che, in un mercato che già si è ristretto, nonostante l’aumento degli schermi cinematografici, il cinema italiano perde ancor più competitività; e quindi – data anche la rilevanza che hanno, per i film italiani, gli incassi nelle sale cinematografiche italiane – attestano che nel nostro paese l’industria filmica, di regola, non riesce a coprire gli investimenti.

E’ vero che il mercato delle sale cinematografiche non è più la principale fonte remunerativa del prodotto filmico, ma è altrettanto vero che l’esito commerciale di un film nel suo primo canale di sfruttamento condiziona sensibilmente le successive possibilità di introiti (“diritto antenna”, home video, pay-tv, ecc.). Bisogna aggiungere che, aldilà dei pur preoccupanti aspetti economici, la disaffezione degli spettatori italiani per i film italiani comporta anche effetti negativi sotto il profilo socioculturale, tanto che oggi il problema più urgente che il nostro cinema deve affrontare è quello di recuperare il rapporto, il dialogo, con il suo pubblico naturale: è un problema che si pone in termini quantitativi, ma che implica importanti aspetti qualitativi (appunto, socioculturali). E non occorrono molte argomentazioni per sostenere che, di fronte a un problema tanto grave quanto complesso, tocca anche alla politica (alla politica cinematografica) avvertire l’esigenza e l’urgenza di individuare e favorire le soluzioni più adeguate.

Fortunatamente, sono di segno opposto le osservazioni suggerite dall’insieme dei film italiani “usciti” nel 2000. Anche se il livello medio della produzione nazionale non è apparso particolarmente elevato, e anche se i nostri maggiori registi (Bertolucci, Bellocchio, Amelio, Moretti) non hanno presentato nuovi film, ci sono state tuttavia diverse opere, e alcune tendenze, che hanno suscitato attenzioni e consensi critici.
Al riguardo, e senza citare tutti i film comunque interessanti, si possono ricordare: il pluripremiato Pane e Tulipani di Silvio Soldini, cui è toccato anche un successo di pubblico davvero eccezionale, e Preferisco il rumore del mare di Mimmo Calopresti, entrambi comprovanti il personale percorso creativo seguito dai registi; I cento passi di Marco Tullio GiordanaPlacido Rizzotto di Pasquale Scimeca, che hanno riattivato, in modi anche originali, il filone del “cinema civile”; due film “irregolari” di registi “irregolari” (Gostanza da Libbiano diPaolo BenvenutiLa seconda ombra di Silvano Agosti) che ribadiscono la valida diversità di questi autori; alcuni esordi promettenti (in primo luogo, La capagira di Alessandro Piva, ma anche Lontano in fondo agli occhi di Giuseppe RoccaIl manoscritto del principe diRoberto AndòIl mnemonista di Paolo RosaAlmost blue di Alex Infascelli); alcune conferme significative, a cominciare dalle opere seconde di Marco Bechis (Garage Olimpo) e di Edoardo Winspeare (Sangue vivo), cui si può affiancare l’opera terza di Gianluca Tavarelli(Qui non è il Paradiso).

In questo elenco di titoli, che lascia trapelare una accresciuta vitalità del nostro cinema, è anche rintracciabile un dato ricorrente, non solo in ambito nazionale, e cioè che, in piena epoca di globalizzazione, spesso i migliori risultati artistici e culturali si hanno proprio laddove trovano espressione realtà locali (marginali). E infatti, dei 14 film sopra citati, almeno la metà raccontano storie e figure la cui identità è, principalmente, di tipo regionale e dialettale, senza che ciò comporti una minore resa estetica o un minore valore conoscitivo.

Una ragione in più perché anche questi film abbiano il mercato e il pubblico che meritano; e che si vedono negati, non dalle loro caratteristiche e dalle loro qualità, ma dalla situazione duopolistica e dall’imperialismo hollywodiano che, in misura sempre maggiore, condizionano pesantemente la nostra cinematografia.