Il cinema italiano, i protagonisti e le ombre

Noi e loro. I protagonisti in primo piano e le ombre che restano sullo sfondo. Due film italiani, tra i più importanti di questo scorcio di stagione, Quando sei nato non puoi più nasconderti di Marco Tullio GiordanaL’orizzonte degli eventi di Daniele Vicari, affrontano senza indulgenze e con una certa originalità temi dolenti e centrali come l’immigrazione clandestina e il difficile processo di integrazione razziale. Da una parte è una buona notizia perché segnala l’attitudine del miglior cinema italiano a prendere di petto i problemi veri del nostro tempo; ma dall’altra, curiosamente, denuncia anche un limite significativo che è giusto sottolineare, tanto più che sono fuori discussione le buone intenzioni e le ottime qualità di registi quali Giordana e Vicari.

Il problema è che, sia pure a diverso livello e con varie modalità, i due film ancora una volta si limitano a registrare il fenomeno (per la verità i protagonisti ci si imbattono per caso), evidenziano il diffuso malessere sociale che ne deriva, l’ingiustizia profonda, la violenza subita o esercitata dalle vittime, ma poi, nel momento che gli immigrati (i giovani rumeni del film di Giordana e i pastori albanesi del film di Vicari) guadagnano finalmente la scena, i due film propongono soprattutto l’impaccio e il sospetto reciproco, l’impotenza, addirittura l’afasia di gesti e parole. Quasi che gli immigrati non avessero diritto a una loro soggettività, a una loro drammaturgia narrativa che li raccontasse fuori dagli stereotipi e che non fosse solo quella dei coltelli e della prostituzione.

E’ un imbarazzo forse morale, un’incapacità o una timidezza descrittiva, un curioso deficit creativo, che nei due film, e in un certo cinema italiano contemporaneo, appaiono evidenti. Non a caso Quando sei nato non puoi più nasconderti offre il meglio di sé nella prima parte (la descrizione della fabbrica bresciana, le scene di navigazione ispirate a “Capitani coraggiosi”), e L’orizzonte degli eventi è avvincente soprattutto quando mostra le sinusoidi dei neutrini inseguite sulle schermate dei computer o i corridoi sotterranei della Centrale sotto il Gran Sasso. Mentre ambedue i film diventano incerti, prolissi, addirittura scontati, quando raccontano – in maniera sempre e soltanto indiretta – il mondo degli “altri”, la dura realtà di chi è clandestino, di chi è costretto a restare ai margini e dunque senza parola e verità. Il problema evidentemente è di sceneggiatura e drammaturgia, ma anche di scelta di campo. Quella che in parte hanno già fattoFrancesco Munzi con SaimirVincenzo Marra con Vento di terra. Ma certo non basta.

Di fronte a temi così sconvolgenti per vastità, dolore e ingiustizia il cinema deve tornare a volare alto, a riconquistare la curiosità e la voglia di capire i fenomeni, magari anche rischiando l’arbitrarietà e l’errore. Ad esempio facendo film non più “su” ma “con” gli immigrati, raccontando la loro vita vista “dalla loro parte”, facendoli essere non più ombre sullo sfondo ma protagonisti di storie e passioni, con prerogative e attenzioni da protagonisti. Che poi è la scelta di campo di Rocco e i suoi fratelli, dove Visconti racconta le vicende della famiglia Parondi mettendosi dalla sua parte, o di AccattoneMamma Roma dove il punto di vista scelto da Pasolini è, scandalosamente, quello dei ladri e dei papponi. Ancora uno sforzo per il cinema italiano migliore.