DOSSIER – Dibattito sulla critica cinematografica in Italia

Intervento di Tullio Kezich – Al festival il critico non c’è più

La notizia non l’ha pubblicata nessuno, ma segna una data. All’ultimo Festival di Cannes alcuni fra i principali quotidiani non hanno più mandato il critico: cito per La Stampa Lietta Tornabuoni, per il Messaggero Fabio Ferzetti, per Il Mattino Valerio Caprara. Fino a pochi anni fa queste erano figure decisive, si leggevano avidamente, se ne soppesavano i giudizi per valutare i film in concorso. Quest’anno sulla Croisette li hanno sostituiti i “coloristi” all’insegna del “faccio tutto io”. Per chi cercava pareri più espliciti (anche troppo) c’era poi il blog, il bombardamento di chiacchiere sulla rete. Iniziata dieci anni fa come una contesa per gli spazi in pagina, la sfida fra recensori e chroniquers (chi mettere sopra e chi sotto?) è culminata nella piena sconfitta del critico tradizionale e relativo trionfo dell’effimero. Chi pensa, alla vecchia maniera, che i festival dovrebbero scoprire i nuovi sentieri della Settima arte è guardato come un passatista. È difficile capire perché questi diversi canali d’informazione, la critica, il colore e la divagazione ruspante, non potrebbero convivere senza la pretesa di imporne uno a danno dell’altro. Mentre il tutto è degenerato come una vera e propria guerra alla critica. Pare insomma che parlare seriamente di film sia una consuetudine da abbandonare. In proposito i sindacati di categoria non hanno mosso un dito e ne consegue che la critica è arrivata alla quasi totale sparizione. Senza che nessuno se ne renda conto, proprio com’è avvenuto al Festival di Cannes.

(Tullio Kezich)

Intervento di Maurizio G. De Bonis – E’ una questione di mentalità

Da anni ormai ci troviamo a discutere sulla crisi della critica cinematografica in particolare, e su quella del giornalismo culturale in generale. Abbiamo già affrontato in diverse occasioni, anche nell’ambito di convegni specifici, la questione riguardante la drastica riduzione delle rubriche dedicate alle recensioni cinematografiche sui quotidiani nazionali nonché la situazione di sofferenza delle riviste specializzate.
Già da tempo, inoltre, alcuni quotidiani hanno abolito gli articoli dedicati all’approfondimento filmico e recentemente alcune note testate giornalistiche, che avevano sempre avuto uno spazio critico significativo, hanno rinunciato a inviare i propri critici in importanti festival internazionali. Certo, è una situazione molto grave, il segno di un’involuzione culturale che riguarda l’informazione, in primo luogo, e la cultura del cinema, in secondo luogo.
Di fronte a questo palese disfacimento, il mondo della critica, sicuramente vittima di un generale processo di decadimento culturale del paese, non ha però saputo cogliere in maniera positiva ciò che lo sviluppo delle piattaforme tecnologiche offriva.
La nascita del web fu considerata all’epoca della sua esplosione un fenomeno di secondo ordine, un’evoluzione in senso negativo, poiché, si diceva, chiunque avrebbe potuto scrivere la sua recensione e pubblicarla sulla rete.
Questa affermazione, seppur vera, non esaurisce però tutte le riflessioni possibili in merito alla pratica della critica cinematografica on line che, almeno per quel che riguarda la sua sostanza, è basata su un’idea di informazione assolutamente democratica, dunque importante. Ancor di più, oggi si sta espandendo la pratica del social-jounalism, ovvero dell’informazione (anche cinematografica) di tipo partecipativo, cioè aperta al contributo di qualunque lettore. E ciò, di fatto, rappresenta una nuova frontiera del giornalismo.

La vecchia impostazione secondo cui una critica cinematografica degna di questo nome possa essere sviluppata solo sulla carta stampata è ancora dura a morire, come se il semplice fatto di poter firmare una recensione su un giornale dia immediatamente la patente di critico di qualità a chi scrive.
Questa mentalità continua ancora oggi a vivere nell’ambito del rapporto tra critica e grandi festival internazionali; questi ultimi, infatti, non prendendo in considerazione in modo serio le statistiche di molti siti di cinema e il pubblico potenziale che è possibile catturare sulla rete, considerano la stampa web, una forma di divulgazione di serie B, fatta da ragazzi magari privi di cultura, generale e specifica, e incapaci di una scrittura di buon livello. Inutile dire che fare di tutt’erba un fascio è un errore macroscopico. Quest’atteggiamento è banalmente conservativo, poiché se da una parte è vero che proliferano sulla rete blog e siti amatoriali, è anche vero che proprio il web ha rappresentato negli ultimi anni non solo una fondamentale palestra per la giovane critica ma anche una possibilità di sbocco professionale.
Inoltre, il web è l’unica piattaforma contemporanea che garantisce a chi voglia provare a lanciarsi in un’avventura critica la possibilità di “mettersi in proprio”, di costituire testate giornalistiche regolarmente registrate presso i Servizi di Informazione e Stampa dei Tribunali Civili, con un esborso economico limitato, e quindi di far vivere un’editoria cinematografica che sulla carta è in una fase di evidente stallo.
Ribadisco che lo stesso mondo della critica ha avuto fin dall’inizio un atteggiamento di pregiudizio contro questa piattaforma divulgativa, come se la critica su carta stampata non possa mai essere accusata di superficialità o di scarsa qualità.
Oggi, in ogni caso, la disputa “web si, web no” appare del tutto anacronistica. Basterebbe fare un censimento tra i critici professionisti per rendersi conto dell’effettivo numero di quelli che scrivono sui quotidiani e di come questo numero rappresenti una minoranza rispetto a quello dei critici che invece utilizzano il mondo del web per svolgere la propria attività. Difendere posizioni ormai superate non fa certo bene alla critica cinematografica; bisognerebbe invece prendere atto della situazione per far sì che il livello della proposta telematica si alzi sempre di più.
L’altra faccia della medaglia è lo stato di solitudine totale che i critici cinematografici che lavorano on line hanno nei confronti dei portali e dei siti per i quali scrivono. Il problema più grande è quello del riconoscimento economico e professionale del proprio lavoro. La pratica di una critica di tipo professionistico su base volontaria è molto diffusa, ancor di più l’assenza di qualsiasi forma di protezione (ma bisogna ricordarsi che ciò avviene anche per quel che concerne la carta stampata). Si tratta di un problema serio che riguarda decine di critici che scrivono e si occupano di cinema con profonda passione e in molti casi anche con la dovuta competenza.
La questione centrale è l’atomizzazione della proposta culturale sulla rete. Spesso chi scrive di cinema su base professionale, lo fa dunque per organizzazioni editoriali minuscole, prive di qualsiasi sostegno economico. D’altra parte, quando alcuni anni fa fior di editori nazionali si buttarono sull’affare web la sconfitta fu totale, soprattutto per il sovradimensionamento che fu dato al mercato pubblicitario sulla rete.
Detto ciò, quello che personalmente auspico è che certe resistenze nei riguardi della critica telematica cadano definitivamente, che il mondo stesso della critica riconosca che scrivere sul web non rappresenta una forma di degradazione professionale e che anche le istituzioni culturali e i festival si accorgano che si dovranno confrontare con un’informazione, non solo cinematografica, che per gran parte passerà sempre più attraverso la rete.
È una questione di mentalità e di crescita di questa mentalità.

(Maurizio G. De Bonis)

Intervento di Giacomo Gambetti- Critica Cinematografica in Italia, oggi

La questione principale, secondo me, è quella relativa alla funzione e alla esistenza stessa della critica. In un certo senso l’articolo di Torri, riferito al Festival di Cannes tocca bene l’argomento, potendo quasi esaurirlo. La questione coinvolge editori, direttori e gli stessi critici. Va considerato, in particolare, che non sempre coloro che fanno critica sono veri critici, intendo persone che in qualche modo abbiano dedicato studi e lavoro a questa attività. Non di rado i giornali, e ancora più spesso radio e televisioni, si affidano a non-professionisti o a professionisti superficiali e improvvisati. E ciò contribuisce non poco al decadimento della qualità. Va detto anche, e con un certo rammarico, che non poche rassegne e festival da un lato non si affidano ai critici per le loro scelte e la loro organizzazione, e dall’altro eliminano i critici persino dalle rispettive giurie. Anche questo contribuisce a spingere verso il peggio tutta la situazione. È chiaro che precise vie d’uscita non ce ne sono.
Anche il proporre una rigida conformazione professionale in chi è incaricato di esprimere un parere critico, addirittura oggi quando viene messo in discussione anche lo status dell’ Ordine dei Giornalisti, non è gran che sostenibile. È quindi necessario ricorrere ancora una volta a principi di carattere generale, di per sé validissimi quanto difficili da realizzare prima in generale poi nelle singole persone: cultura, serietà, onestà, impegno, professionalità, studio, conoscenza e così via. Del resto, mai come oggi, il cinema italiano, in particolare il cinema italiano, soffre proprio dei mali di cui i sostantivi qui sopra elencati rappresentano il contrario.
È probabilmente inutile ricordare alcune situazioni dei tempi passati. Ma è pur vero che il nostro cinema e la nostra critica più qualificata e più “utile” si sono formati e hanno raggiunto particolare efficacia negli anni dal 1945 al ‘65. In questo periodo si aspettava quasi con ansia, certamente con molta curiosità, il parere del proprio giornale, della propria rivista, il parere del proprio critico. Non di rado si stabiliva col critico addirittura un rapporto – sia pure nell’anonimato e in varie lontananze – quasi di complicità. E ciò che il critico scriveva diventava elemento di confronto e di verifica. Il parere del critico non era subìto ma era un preciso termine dialettico. Succedeva poi che, in qualche caso, si potesse o si volesse andare oltre, sia scrivendo direttamente al critico – ovviamente non esistevano né fax né e-mail né internet e anche il telefono non era proprio di uso continuo e quotidiano per argomenti di questo tipo – sia addirittura andandolo a trovare. So, ad esempio, di giovani aspiranti critici che non di rado dalla provincia si recavano nel capoluogo là dove usciva il giornale o si recavano addirittura a Milano o a Torino presso le sedi delle riviste specializzate e ne ritornavano come se avessero compiuto il primo passo di una sorta di affermazione personale o addirittura professionale. Comunque il desiderio di approfondire e di saperne di più, il desiderio di verificare il proprio parere, anche quello di correggere le proprie sensazioni a volte anche inconsciamente precarie, era un desiderio sincero e genuino che oggi né radio né televisione né internet sono in grado, non dico di sostituire, ma nemmeno di correggere o di aggiornare.
I grandi critici cinematografici dell’Italia immediatamente successiva al 1945 non avevano compiuto scuole specializzate, non avevano titoli di studio o titoli accademici che autorizzassero in modo ufficiale la loro prevalenza: si erano fatti da sé. Ed erano da tutti riconosciuti e rispettati, anche dai produttori e dagli esercenti. Ciascuno secondo il proprio carattere, ciascuno secondo le proprie indicazioni, la propria ideologia. Alcuni di questi sono poi stati fra i primi titolari di cattedre di storia e di critica del cinema. Successivamente, per ragioni complesse che esulano dal cinema, le cattedre e le specializzazioni e le sottospeci delle varie specializzazioni si sono moltiplicate in maniera che non ho difficoltà a definire abnorme, quando non addirittura -proprio per gli studenti e gli eventuali successivi laureati – pericolose. Ma anche da qui sono venute le linee fondamentali di una indicazione e di una via da percorrere. In questo senso voglio ricordare, per proporre un caso contrario, che ho sentito con le mie orecchie un regista italiano di media generazione, noto e stimato per molte sue opere, dichiarare non solo di non conoscere il nome di un critico invece famoso e autorevole ma altresì di non avere mai avuto il desiderio di conoscerlo. Una dichiarazione di questo genere – che qui riporto soltanto nella sintesi finale – segna in un certo senso l’inizio di una tendenza a fuggire dalla critica, per lo meno ad evitarla, in una parola a trascurarla, quasi considerando il regista al di fuori e al di sopra della critica stessa. Opinione-tendenza in realtà stretta parente di superficialità e incultura. Del resto questa condizione è collaterale alla progressiva eliminazione dei critici – già se ne è accennato più sopra – dalle stesse scelte critiche e dalle indicazioni strutturali più rilevanti. Così da arrivare addirittura alla eliminazione del concetto stesso di retrospettiva storica e culturale e della necessità di più qualificati raffronti fra autori e opere.
Come non è difficile comprendere, la mia opinione a proposito della situazione in Italia della critica cinematografica è decisamente orientata verso il pessimismo, per altro “confortato” – ripeto – dai risultati intrinseci nelle opere. Nello stesso tempo è inutile negare che l’opinione ufficiale alimentata prevalentemente e non senza abilità dalle categorie interessate e dai rispettivi sostenitori è decisamente orientata a favore di una gloria del cinema italiano oggi – invece – decisamente inesistente. Del resto basta uscire dal proprio cortile e dare un’occhiata all’estero per capire che i mercati e le conoscenze là, per quanto riguarda il cinema italiano, sono assai scarsi e deludenti. Non è infrequente – e lo dico anche per esperienza personale – che in Asia o in America del Sud o in India o in Medio Oriente ci si accorga che il cinema italiano di cui si può un poco parlare sia legato esclusivamente ai nomi di De Sica o di Visconti, di Rossellini o di Fellini, arrivando con fatica, e non sempre, a Pasolini e a Olmi. Siamo dunque lontani. Occorrerebbe – e ancora mi ripeto – un’ ampia e riflessiva ricognizione, ben al di là delle poche, provinciali e superficiali soddisfazioni – autosoddisfazioni – dei nostri ultimi tempi.

(Giacomo Gambetti)

Intervento di Gregorio Napoli – The Way I Am

Il “fondo” del Presidente Bruno Torri sul numero 54- 55, aprile-settembre 2009, della nostra CineCritica e, poi, la garbata sollecitazione a commentare la Doppia crisi, mi spingono sulla “via dove sono”; mi incitano/eccitano, insomma, a sturare il vaso dei ricordi, nel 51° del mio esordio sul settimanale Il Domani (che Guido Aristarco riceveva, reguardendomi col suo autorevole broncio: «come fa lei a scrivere su un foglio clerical-fascista?»). Quell’esordio fu coronato dalla militanza presso il quotidiano del pomeriggio Telestar (1963-64), quindi dal servizio presso il Giornale di Sicilia, ininterrotto dal 4 novembre 1964 a data odierna. In parole povere, credo di averne viste di tutti i colori: dall’ingiunzione dell’amministratore Telestar «non ci mandi più roba marxista» (telegramma giuntomi al Des Bains del Lido, dove alloggiavo, altri tempi…) al severo rimbrotto del Caporedattore del Sicilia quando, la sera del 20 maggio 1966, avendo egli letto la mia recensione di Uccellacci e uccellini, mi apostrofò: «Lei è pazzo, infatti parla di fiume di bandiere rosse ai funerali di Palmiro Togliatti, mentre il film è in bianco e nero. Ma non si preoccupi, il suo articolo uscirà integro». Era vero. E sarà vero. Telestar, pur appartenendo ad una famiglia di ricchi imprenditori, non mi pagò l’ultima fattura al Des Bains, ma il pezzo da inviato speciale sul Vangelo secondo Matteo non subì censura; anzi, la Redazione (solidale con me) istoriò la pagina con un grosso sommario dedicato all’Osella d’argento consegnatami dal professor Luigi Chiarini quale giornalista più attivo alle conferenze stampa. Ed il Giornale di Sicilia non ha mai decurtato i miei scritti se non per motivi di spazio (sovente concordati e verificati). L’emeroteca contiene abbozzi engels-lenin-gramsciani sui due Marchi (Ferreri e Bellocchio), su Elio Petri, sui Taviani e, ovviamente, su Luchino Visconti. Oggi, ho la foto accanto al titolo, scrivo nella più invidiabile libertà.

Diverso è il destino per quanto concerne le missioni. Fino al decennio 1970, e nel primo scorcio dell’80, le spese mi venivano rimborsate su acconcia documentazione. Poi, per motivi di lavoro (ferie da sacrificare, esigenza di non trascurare le “prime” su Palermo, con relativi turni di tre sere alla settimana per rivedere i tamburini e collocare le stellette critica/pubblico) allentai il diario dei viaggi. Al rientro, il rimborso delle spese divenne sempre più difficile. Un appartamentino a Cannes, con voli Palermo-Nizza e ritorno, vitto e bevande pur frugali, costa 8-10 milioni delle vecchie lire (non mi sono assuefatto all’Euro). Al Lido l’antico e parsimonioso albergo è stato venduto, ed i proprietari hanno cortesemente trovato per mia moglie e me la più che decorosa casa di due coniugi assenti nel periodo della Mostra. Per ora vo, anzi andiamo. In futuro si vedrà. Il Giornale non rimborsa alcunché. Dunque, l’allarme implicito nel fondo di Bruno Torri non mi tocca sotto il profilo professionale, continuo a scrivere secondo la mia testa. Ma la mia scarsella poco fastosa esce fatalmente intaccata da ogni edizione della Rassegna lagunare. Tutto ciò si salda ad un fenomeno alluvionale: la presenza volontaria di critici, o pseudo tali, i quali non partono da Benedetto Croce, da Francesco De Sanctis o – figuriamoci – da Immanuel Kant e Alexandr-Gottlieb Baungarten; bensì dall’immondo bla bla di quella che Aristarco bollava come pratica della recensione, invocando piuttosto la teorica del “cinema integrato alla cultura”. I critici spontanei germogliano come la gramigna. E’ vano chieder loro se un’inquadratura evoca lo spazio geometrizzato di Giotto, se una colonna sonora canta/vanta echi straviskijani, se una sequenza ha l’armonia architettonica elogiata dal professor Carlo Ludovico Ragghianti nel memorabile saggio Cinema arte figurativa. Sul web i fiori di gramigna stendono banalità derivate dalla doppia “m” magna/melma televisiva. E, eccitati dalla tastiera, si dilungano in articolesse improponibili per il supporto cartaceo, dove – un buon giornalista lo sa – è d’uopo vergare 50 righe a 54 battute, nero su bianco. Ed è, questo, lo spazio più ampio cui un critico/redattore può aspirare. I critici/erbaccia non consultano libri, li scrivono. Sono loro i nemici, non gli editori. Offrono gratis le proprie putenda e, prima o poi, assumono (non “vengono assunti”) il ruolo di protagonisti nell’edificio di abusivismo che sta corrompendo il giornalismo italiano. E l’Ordine dovrebbe vigilare, con più austera attenzione. Esiste un elfo, a Palermo, occhialuto e gibboso, che dalla gabbia elettronica urina sui film di circuito. Egli però ammutolisce quando si discetta di Illuminismo in filosofia o di Verismo in narrativa. Ed egli sta riducendo sul lastrico la sua ignara e generosa Mamma ossessionandola con l’assioma «Io sono un critico, debbo andare al festival». Egli vede tutti i film, smentendo la “ragion critica” di Guido Aristarco («scelgo i film come scelgo i libri; perché dovrei leggerli tutti?») E’ lui, il Gibboso, il Contro-editore. La legge sulla stampa impone la corresponsione di un compenso a colui che scriva sui giornali. Ma l’Elfo se ne infischia. Lui va in orgasmo pulsando sulla tastiera. Ci sono inoltre gli allievi di una Cattedra universitaria in Storia del cinema, i quali si recano sovente dal mio Editore per sostituirmi. Per mia fortuna, il mio editore – che mi conosce da 45 anni ed è un manager sagace e leale – li dirotta su di me. Qualcuno di quegli allievi, purtroppo, è iscritto al nostro Sindacato.

(Gregorio Napoli)

Intervento di Roberto Pugliese – Un imperativo etico

La posta in gioco non è più una nicchia di supposti privilegi o la conservazione di rendite di posizione. L’aria che tira, lo spirito del tempo dovrebbero parlare chiaro a tutti. Difendere l’esercizio della critica, oggi, in questo paese, è l’anello di una importante catena di resistenza culturale che va rinsaldata quotidianamente a difesa non tanto di una categoria quanto di un sistema, di un assetto complessivo della cultura, che è sotto attacco ormai palese, giornaliero, sistemico e violento da parte dell’attuale blocco di potere.
Questa è la realtà, modificabile e modificata di ora in ora, in cui si muove non solo la critica cinematografica in Italia oggi ma qualsiasi forma di esercizio del pensiero critico sotto qualunque ambito specialistico. Partire da questa constatazione, che è una constatazione di politica culturale, non significa ovviamente fare della sterile ideologia né fare quadrato intorno ad una lobby intellettuale (con tutto il rispetto per le lobbies intellettuali, ce ne fossero di più…) ma capire che se oggi autorevoli per quanto pittoreschi esponenti di governo possono impunemente latrare di “culturame”, di “élites di merda”, di “registi comunisti finanziati con soldi dello Stato ma che non fanno una lira” (sono noti, invece, gli incassi stratosferici del leghista Barbarossa di Martinelli, snobbato persino nelle sale del Nord, costato fior di quattrini pubblici ma sul quale sempre i suddetti esagitati manutengoli del pensiero unico non hanno eccepito alcunché…), ebbene la critica ha un compito che non è più solo quello della difesa dei propri spazi professionali ma che è diventato un tassello, importante, della tutela della cultura cinematografica, della non omologazione, del dissenso, dell’”alterità”, della ricerca, dell’indipendenza, dell’imprevedibilità di giudizio che la pratica della visione e dell’analisi filmica suscitano e per i quali persone che oggi non ci sono più e purtroppo non hanno eredi come Fernaldo Di Giammatteo, Lino Miccichè, Alberto Farassino e Tullio Kezich hanno speso un’esistenza.

Stabilito questo, che per quanto mi riguarda è un imperativo etico, resta da vedere come affrontare l’esistente. Ovviamente tutto si tiene. Se nei quotidiani lo spazio per le recensioni è in progressiva estinzione ciò non è dovuto al caso, o nemmeno è il frutto della pigrizia mentale di qualche direttore o caporedattore. La contrazione di spazi redazionali, le profonde ristrutturazioni in corso in alcuni dei maggiori quotidiani hanno come primo obiettivo – costituendo in ciò perfetta metafora della situazione gestionale nel Paese – la cultura e lo spettacolo. Considerati rami secchi, o comunque settori da rimodellare secondo le leggi del gossip e del “colore”, relegando la valutazione di merito all’asettico e decerebrato giochino delle faccine e delle stellette.
E’ un progetto, non è un caso. Togliere credibilità e spazio all’analisi testuale, al giudizio di merito e di qualità serve a sgomberare il campo da pericolose intrusioni del pensiero complesso nel pensiero unico, e a favorire il riformarsi di un pubblico-massa indistinto al quale fornire poche, essenziali informazioni di pseudoservizio, scrupolosamente purgate di qualunque considerazione specifica o valoriale. Il critico che non critica più, ma con la sua firma certifica ancora in qualche modo il prodotto, è il ruolo che molta editoria oggi vorrebbe assegnare alla categoria, la foglia di fico da apporre sulle proprie operazioni di marketing in stretta sinergia con gli organismi di distribuzione e produzione.
Difficile fornire ricette di resistenza generali. Servono ostinazione, fortuna e credibilità personali, da spendere in dosi eguali. Porto in tal senso un esempio in positivo. Il giornale in cui lavoro da oltre trent’anni, Il Gazzettino del Nordest, è reduce dalla più radicale trasformazione strutturale della propria centoventennale storia, con un passaggio al formato ipertabloid che ne ha ovviamente e profondamente rimodellato e prosciugato gli spazi, modificato la filosofia, ridisegnato l’identità. Ebbene, una delle prime preoccupazioni dell’Editore e della Direzione è stata la conservazione, in questo traumatico passaggio, della pagina settimanale di recensioni cinematografiche e librarie, avvertita come uno spazio-appuntamento necessario, di qualità, di distinzione. Fortuna, caso? Frutto di una gestione illuminata? Prodotto dell’ostinazione del titolare della critica e del caposervizio di settore (che nella fattispecie coincidono entrambi nella persona di chi scrive)? Può darsi. Ciascuno combatte le proprie battaglie con le armi e negli scenari che gli sono dati. Certo è che, in questa fase così difficile per la carta stampata e per la critica in genere, fattori decisivi diventano la credibilità personale, la qualità del servizio, la capacità di abbandonare vecchi schemi e interagire con le nuove realtà e le nuove “forme” della critica (penso al mondo del web). Chi come il sottoscritto ha ormai una certa età ricorda bene l’entusiastico susseguirsi di fasi della critica, dagli anni Settanta a oggi, dalla “militante” all’”impressionista”, dalla “cinèfila” alla “semiologica”. Sono lussi che oggi chi si affaccia – e sono in molti, grazie a Dio, tra i giovani – all’esercizio della critica non può più permettersi. Converrà invece far tesoro di ogni esperienza acquisita, di ogni tassello che compone un passato che è stato fondamentale per l’identità di un’intera classe intellettuale del paese e per il formarsi di un suo profilo culturale; e da questa esperienza trarre linfa per il futuro, nella consapevolezza lucida – e drammatica – che l’azzeramento del pensiero critico perseguito senza nessun infingimento e con brutale, arrogante chiarezza di linguaggio da chi oggi gestisce la cosa pubblica è solo il primo, decisivo passo verso la cancellazione di ogni forma di pluralismo espressivo e di opposizione intellettuale.

(Roberto Pugliese)

Intervento di Silvana Silvestri – Stellette

Come altri settori, anche la critica cinematografica ha subito negli ultimi decenni terremoti ideologici. Alcuni punti fermi come la complessità del discorso, l’elaborazione dei diversi piani compositivi di un’opera, la messa in valore del nucleo ispiratore di un film, tutto questo è stato azzerato dalla semplificazione della stessa produzione cinematografica e della sempre più decisa omologazione del film al prodotto televisivo.
Il processo, già iniziato precedentemente, come dimostrava un convegno del Sindacato critici tenutosi negli anni Ottanta, negli anni Novanta si è consolidato con una risposta speculare sui quotidiani che hanno ristretto sempre più lo spazio dedicato alla critica. Si trattava infatti di un’«eccezione italiana» la consuetudine al dibattito critico quotidiano che non riguardava solo i film in uscita nelle sale, ma anche i festival, le rassegne nei cineclub, le interviste ai registi volte a mettere in luce gli aspetti più specifici di un lavoro che, almeno per quanto riguarda il cinema italiano e quanto ha espresso il cinema più interessante degli anni ’70 e ’80, entravano nel merito delle situazioni politiche dei paesi d’origine, dalle nouvelles vagues al nuovo cinema tedesco, al cinema indipendente americano, al cinema italiano di impegno civile, alla rilettura in chiave politica del cinema classico.

La rivoluzione mediatica, l’affermazione delle televisioni in Italia, non ha fatto altro che allineare la stampa italiana alla impostazione dei media statunitensi di cui la tv italiana è stata il prolungamento coloniale, in maniera più riservata alle origini, più sfacciatamente analoga con l’avvento di Mediaset.

I principi della critica negli Usa, così come sono enunciati in alcuni testi universitari ad uso degli studenti che vogliano fare i giornalisti, formalizzano ed escludono da ogni elaborazione elementi culturali, politici o filosofici, perché intesi come specialistici e indirizzati non al pubblico medio, al grande pubblico indifferenziato che non può comprendere quei riferimenti perché non ne ha gli strumenti. Si specifica precisamente che il compito dei giornalisti sui grandi quotidiani e riviste di maggior diffusione sarà quello di raccontare al lettore il film che non ha ancora visto, di cosa parla, da chi è stato prodotto, chi sono i protagonisti dietro e davanti alla macchina da presa e se vale la pena spendere il proprio tempo e denaro per andarlo a vedere. Non vengono neanche chiamati critici, perché questa funzione viene assegnata a firme speciali designate dai direttori ad alcuni giornalisti particolarmente capaci innanzi tutto di informare. In quanto a quello che viene chiamato approccio umanistico, con la valutazione estetica di un film e i suoi rapporti con la cultura, è destinato a un pubblico ristretto di specialisti che considera il cinema come una delle belle arti e la scrittura appannaggio di accademici o letterati indirizzata a pubblicazioni universitarie o riviste sofisticate. Così anche l’approccio di genere, storico o che valorizza l’autore, o che riguardi le scienze sociali, sarà sempre dedicato al ristretto ambito degli specialisti.
Un tempo in Italia (e in genere in Europa) il pubblico comprendeva benissimo quel linguaggio «sofisticato», oggi l’abbassamento culturale politicamente gestito ha prodotto un distacco forzato e un cambiamento pilotato di tutti gli spazi dedicati al cinema sui quotidiani, anche quelli che guidavano per spazio e approfondimento questo settore della cultura – pensiamo in particolare a Ugo Casiraghi sull’Unità – . Persino sulla televisione dei primordi lo spazio dedicato al cinema era di avanzato approfondimento, di esplorazione, come i grandi cicli voluti da Alessandrini e Pintus e presentati da Fernaldo Di Giammatteo. Oggi l’unico programma di cinema si riduce in pillole in un unico spazio monopolizzato («Cinematografo»), dove i critici vengono contattati a patto che si adeguino ai tempi giusti e si trasformino in presenza televisivamente accattivante. Hollywood Party e Fuori Orario sono isole di programmazione Rai. Per il resto la comunicazione è appannaggio degli uffici stampa come anche le comparsate televisive nei programmi chiave degli attori che pubblicizzano i film in uscita, mentre si tende ad azzerare l’approfondimento e livellare il parere del critico a quello del pubblico per far intendere l’importanza crescente della vox populi. La gente che paga il biglietto ha più voce in capitolo di un supponente e isolato personaggio che rischia di rovinare il lancio di un film. Internet merita un discorso a parte, però si vedrà come l’informazione si adegua ai siti americani, di cui spesso è la puntuale traduzione, puro veicolo pubblicitario che si moltiplica nelle innumerevoli citazioni.
Le circa 45 righe sull’Unità dedicate ai pezzi lunghi, le 15 righe che venivano richieste a Tullio Kezich da Venezia, la cancellazione dalle pagine delle manifestazioni in cui sia assente il colore, il grande spazio un tempo dedicato ai cineclub e ora sparito, insieme alla cancellazione di interi paesi e zone geografiche (l’Est, l’Africa) e autori, indica che il «colore» prende il posto della critica. Ecco che è compiuta l’ottimizzazione del prodotto industriale, dal produttore al consumatore: è stata cancellata quell’«azione di disturbo» data dal posizionamento eccentrico di pezzi che, senza tener conto delle potenti direttive delle case di produzione, privilegiavano attualità diverse da quelle pesantemente suggerite. Anche perché spesso giornali e case di produzione coincidono, azionisti e maggiori proprietari come sono della carta stampata.
Tutto converge verso l’uso delle stellette, basta che non si faccia uso di parole.

(Silvana Silvestri)

Intervento di Piero Spila – Il mestiere del critico e i diritti del lettore

Per consolidata tradizione a CineCritica evitiamo per quanto possibile di sollevare questioni di ordine corporativo e, in particolare, di entrare nel merito delle scelte fatte, nella loro autonomia, dai responsabili culturali degli organi di informazione. Tuttavia, quanto sta accadendo a Repubblica, un grande quotidiano nazionale e un importante punto di riferimento per la cultura democratica di questo paese, non merita di passare sotto silenzio. Succede che Repubblica ha di recente varato una ristrutturazione grafica e redazionale del suo inserto culturale “R 2C”, che esce nell’edizione del sabato. Nella nuova versione ci sono pagine riservate alla letteratura, al teatro, alla musica e al cinema, e un giusto spazio viene lasciato alle segnalazioni e recensioni. Ebbene, per quanto riguarda il cinema nelle prime due “uscite” la recensione centrale del film ritenuto più importante è stata affidata, la prima volta, a Natalia Aspesi (che ha scritto di Nemico pubblico) e la seconda, il 14 novembre scorso, a Curzio Maltese (che ha scritto su Gli abbracci spezzati), mentre i critici cinematografici del periodico, i colleghi D’Agostini e Nepoti, sono finiti nei colonnini di fianco a scrivere le solite 10-15 righe sui film considerati di minore richiamo. Nel momento in cui scriviamo non sappiamo se tale scelta sarà confermata anche nelle settimane successive, ma resta il fatto che l’inizio è stato così. Non entriamo nel merito di quanto hanno scritto nell’occasione la Aspesi e Maltese, rileviamo solo che ancora una volta la critica cinematografica è stata espulsa dai propri spazi e dalle proprie competenze. Questo è l’ultimo e forse il decisivo passo di un degrado avviato da tempo (come denunciava Tullio Kezich nel pezzo pubblicato in questo Dossier), però con un’ulteriore quota di gravità, proprio per l’importanza del quotidiano in parola e, quindi, per la valenza simbolica che assume una scelta del genere. Precisiamo meglio: non ci sarebbe niente di male se colleghi valenti come la Aspesi (scrittrice e giornalista culturale) e Maltese (opinionista politico) esprimessero il loro parere e le loro impressioni su alcuni importanti film in uscita (lo hanno fatto e lo faranno ancora), cambia però radicalmente la questione quando ne scrivono in qualità di critici cinematografici e quindi entrano nel merito del giudizio estetico su un film. In teoria potrebbero anche fare analisi acutissime, proporre letture assolutamente innovative, ma io dico che come autore di un romanzo o di un brano sinfonico vorrei sempre conoscere il giudizio di un critico letterario e musicale piuttosto che l’impressione a caldo del tuttologo di turno; di più, anche come semplice lettore di un giornale (e come potenziale spettatore cinematografico) vorrei sempre sapere di un film che mi interessa cosa ne pensa il critico cinematografico del mio giornale, con cui ho magari una consuetudine di lettura e probabilmente un rapporto di stima e fiducia. Il problema strano è che per quanto riguarda il teatro, i libri, la musica, i lettori del giornale citato trovano la giusta soddisfazione (le recensioni di Quadri, Citati, Mauri, Foletto ecc.), solo per il cinema non hanno la stessa possibilità.

Ripeto, questa non vuole essere una rivendicazione di categoria, è invece un allarme per un processo involutivo iniziato tanti anni fa nei giornali e che ora si è esteso come una peste, e verso cui non sembrano esserci anticorpi. Di fronte all’apologia del bestseller e del successo indiscutibile (visti i numeri e gli incassi che vengono usati come alibi), infatuati dalle mode irresistibili che si inseguono e consumano in un baleno, c’è un’insofferenza diffusa verso qualsiasi cosa che sia riflessione e approfondimento, verso qualsiasi tendenza all’analisi e alla messa in discussione. Alla competenza accertata, all’affidabilità dei riferimenti culturali, alla solidità delle analisi e dei giudizi, molto meglio il bla bla divagante e leggero, il tono smaliziato e insofferente (“ma che palle questi cinefili”), l’occhiolino al “gusto” della maggioranza che conta e bisogna servire. Ed ecco allora, nelle recensioni cinematografiche, il numero delle volte che Timi mostra il culo in Vincere di Bellocchio, o come sarà bello andare in vacanza all’isola di Lanzarote che si vede in qualche scena dell’ultimo film di Almodovar.

Bruno Torri, nel suo editoriale pubblicato nell’ultimo numero di CineCritica, di fronte alla realtà (e alla miseria) di certe scelte editoriali si poneva la domanda se davvero il cinema in quanto tale interessi ormai poco o niente per i suoi aspetti culturali, e invece molto di più per gli aspetti mondani, divistici, insomma di colore. Torri è una persona gentile, e poneva evidentemente la domanda in termini retorici perché la risposta è purtroppo nei fatti. Questo è un paese in cui le pagine culturali dei giornali sono diventate da tempo le più brutte del mondo, tutte uguali e inerti, con le interviste fotocopia alla star hollywoodiana di turno arrivata in Italia per promuovere il suo film, con il chiacchiericcio del gossip e le notizie recuperate dagli uffici stampa (l’ennesima provocazione di Sting come lo spogliarello di Ambra), e, in un angolo, una volta ogni tanto, una manciata di righe lasciate alle recensioni. Questo è un paese in cui la Televisione pubblica affida da anni a Gigi Marzullo (e ai suoi ospiti) la cultura cinematografica e teatrale del paese. E’ il risultato sconsolante di una miopia generalizzata, di un’incapacità a capire le vere esigenze del pubblico, di un’arroganza anticulturale che rimira solo se stessa e ha già prodotto danni gravissimi anche in termini commerciali, che sono ormai gli unici a guidare ogni scelta (calano i lettori e i telespettatori). La realtà è che chi si disinteressa al gossip e, invece, vuol sapere di più dei film di Haneke o Almodovar, dei nuovi e vecchi registi di culto (Aranofsky come Oshima o Ray ai quali Torino non a caso dedica una retrospettiva), chi ama confrontarsi con i temi anomali e non omologati, ha solo qualche spazio residuale a disposizione (Il Manifesto e poco altro) e si rifugia sempre più spesso nella rete (basta vedere i contatti in crescita esponenziale), dove cerca (e ogni tanto trova) le informazioni e gli approfondimenti che non ottiene altrove.

E’ un fenomeno ormai visibile a occhio nudo: c’è uno scollamento evidente tra offerta e domanda, tra chi crede di intuire e interpretare il gusto del tempo (sempre più corrivo, sempre più indifferenziato) e le esigenze di chi fortunatamente non si riconosce nei simulacri inventati e imposti dal marketing. C’è una fetta di pubblico (considerevole ma da curare, da far crescere) che rifiuta l’omologazione e la semplificazione, e che invece è curioso di altro ed è scontento di non trovarlo. I segnali sono tantissimi. Al punto che anche un dato singolare come il piccolo fenomeno editoriale rappresentato dalle famose “recinzioni” di Johnny Palomba (edizioni Fandango) può essere a suo modo eloquente. A ben guardare, il sedicente critico sudamericano non esprime solo la parodia per un certo modo di fare critica ma, a suo modo, legittimando una maniera di confrontarsi con il cinema, confessa anche una nostalgia. Insomma c’è ancora voglia di critica.

Nel lavoro a CineCritica capita spesso di imbattersi in giovani critici e studiosi di cinema che chiedono consigli e pareri sul modo e la possibilità di coltivare professionalmente la loro passione. Quando si pensa alle considerazioni fatte fin qui le risposte purtroppo non possono che essere vaghe. Mi viene però in mente ogni volta una scena dell’ultimo film di Tarkowski, Sacrificio. Quando Alexander, l’anziano protagonista del film, pianta un albero in riva al mare e racconta al bambino muto che lo accompagna il poetico apologo di un uomo votato per la vita a compiere quell’identico gesto. Ecco, gli dice, basterebbe che ognuno di noi, ogni mattina, versasse un bicchiere d’acqua nella terra dove sta piantato l’albero e il mondo sarebbe diverso e migliore. Tarkowski nel suo millenarismo laico parlava di volontà e sacrificio individuali contro la cecità e la violenza collettiva, più modestamente noi dovremmo parlare di una specializzazione da coltivare con impegno e rigore. Sono convinto, infatti, che i critici, malgrado tutto, non debbano avere paura della loro specializzazione, perché alla lunga sarà proprio questa dote che farà sopravvivere la loro funzione rispetto all’omologazione di un sistema dell’informazione sempre più invasivo e rumoroso, ma senza più sorprese e desiderio.

(Piero Spila)

Intervento di Aldo Viganò – Critici nella caverna

All’inizio degli anni Novanta, un direttore di quotidiano (e non era un giornale di destra) mi disse che a lui della critica e dei critici interessava davvero ben poco. Tecnici chiusi nella loro caverna, specialisti lontani dal sentire comune, aggiunse sempre a proposito dei critici: spazio in pagina che mi propongo di recuperare, per consegnarlo caso mai, al più presto, alle opinioni della gente. Dunque, basta con i critici. Per parlare dei film in uscita (ovviamente solo di quelli di cui già si parla), a quel direttore sarebbe piaciuto invitare soprattutto coloro che della storia del cinema, del suo linguaggio, non sanno nulla e al cinema ci vanno solo sporadicamente, come spettatori: un giorno il critico del giornale sarebbe stato il fruttivendolo, un altro l’impiegato del catasto, un altro ancora il portinaio o il centravanti della squadra di calcio locale. Si tenga presente che a quel tempo non c’era ancora il clima anti-culturale di oggi, e sui quotidiani, soprattutto su quelli di provincia, si recensivano (ovviamente con spazi diversi) ancora tutti i film che uscivano in città, e che queste recensioni andavano in pagina quasi sempre il giorno dopo la “prima”, e che alla critica era allora ancora riconosciuto lo storico ruolo d’informazione, di analisi estetico-culturale, di orientamento del gusto, di dibattito delle idee intorno a una forma di spettacolo, al quale veniva ancora accreditato un ruolo centrale nella vita civile e nella società.
Ma il futuro della critica nei quotidiani, di pari passo con quello della cultura nazionale, doveva essere, di fatto, ben peggiore di quello sognato da quel “mio” direttore. Anche il “suo” fruttivendolo o il “suo” portinaio, infatti, nel momento in cui avessero accettato di esprimere la propria idea su un film avrebbero dovuto necessariamente confrontarsi con i problemi della critica: cosa dico? come lo dico? a chi lo dico? perché lo dico? E non è detto che, così interrogandosi, non sarebbero stati in grado di elaborare idee costruttive, anche originali, indotti magari a studiare e ad approfondire le proprie conoscenze.
Quello che ha vinto, invece, è l’idea che stava alla base di quel “sogno”: cioè, che l’attività critica in quanto tale sia in sé da espellere dai giornali, magari con la scusa che è portatrice solo di prospettive tecniche inutili e autoreferenziali. Meglio i tuttologi, i generalisti, i “costumisti” e i pubblicitari. Meglio anche i cronisti che fanno le loro recensioni cinematografiche senza mai andare al cinema, accontentandosi di copiare da questo o quel sito che si può saccheggiare con il computer. E sono appunto tutti costoro che oggi – appoggiati da caposervizi e da direttori non molto diversi dal “mio” – hanno in mano nei quotidiani la prospettiva critica sul cinema (ma anche sul teatro, sulla musica, sulla letteratura, ecc.). Con buona pace di quei “fans” del cinema – quelli, per intenderci, che amano scrivere “capolavoro assoluto” – che per un po’ hanno ambito, o si sono illusi, di poter prendere il potere a scapito della “vecchia” critica, ma che ben presto si sono trovati essi stessi estromessi dai giornali o costretti a condensare la loro “recensione” in poche righe – “compresa la trama, mi raccomando” – nelle quali ogni analisi è ovviamente negata e resta solo spazio a qualche suggestione tematica o visiva (per i critici più intelligenti) o agli slogan (per quelli che, magari nella prospettiva di essere citati nei flani pubblicitari, si sono ormai culturalmente omologati a questo modo di scrivere e di ragionare solo per annunci), quando non solo alle rinate “stellette che noi mettiamo”.
E pensare che dai primi anni Novanta non è ancora trascorso il tempo di una generazione. Allora alla televisione c’erano – in trasmissioni pur sovente molto criticate dai “cinéphiles” – tante occasioni per parlare anche seriamente di cinema (basti citare il lavoro di Claudio G. Fava, di Vieri Razzini, di Pietro Pintus o anche di Nedo Ivaldi); mentre oggi sul piccolo schermo la critica è affidata a Gigi Marzullo, e la riflessione sul cinema riesce a sopravvivere solo nella seconda metà della notte dei weekend con Enrico Grezzi, titolare di una programmazione un po’ snob, ma benemerita per il suo ruolo da ultimo avamposto nel deserto. Quindi, da una parte il vuoto spinto e dall’altra la tollerata strizzata d’occhio agli addetti ai lavori: nessuno spazio per una corretta politica d’informazione e per l’analisi critica del cinema che c’è e si può vedere sugli schermi.
Allora, sempre nei primi anni Novanta, i critici cinematografici erano ancora quasi tutti giornalisti professionisti, ai quali il contratto riconosceva un “surplus” per il lavoro “specialistico”, garantendo loro anche voce in capitolo su quello che veniva messo in pagina; mentre oggi i pochi critici sopravvissuti sono quasi sempre fuori della redazione, privi di qualsiasi controllo sui tempi e sugli spazi giornalistici, quasi tutti sottopagati e facilmente ricattabili dai caposervizi. «Che tempi, perbacco!», verrebbe voglia di concludere con Totò. Se non fosse che il dettato fondamentale rimane quello di “resistere”, ma soprattutto che, al di fuori delle televisioni (nazionali e locali) e dei giornali quotidiani, si sta assistendo a un continuo moltiplicarsi di nuovi spazi anche per la critica cinematografica: “fanzine” distribuite gratuitamente alle stazioni, “blog” collettivi o individuali su internet, “chat” dedicate a discutere questo o quel film, anche luoghi aperti al pubblico per esercitare la critica orale (come si fa alla “Stanza del Cinema” di Genova) in un ghetto simile a quello in cui i sopravvissuti di Farhenheit 451 imparavano a memoria i libri di cui era proibita la stampa.
La prospettiva è quindi quella di ripartire da qui: dal grande fermento che c’è oggi nel mondo della critica, nonostante la drammatica crisi d’identità che questa sta vivendo. Ma come? E con chi? Difficile dirlo. Anche se non si sa ancora verso dove stia andando tanto fermento, però, qualcosa indubbiamente si muove e, diversamente da come è accaduto negli ultimi due decenni, non si aspetta più solo il giorno della fine. Certo è facile constatare che nelle fila della “nuova” critica c’è anche molta approssimazione e sovente molta ignoranza. Ai suoi tempi, François Truffaut ironizzava su coloro che non erano d’accordo con i suoi giudizi critici anche senza aver mai visto un film di Murnau, oggi la stessa cosa si può ripetere nel leggere le recensioni di tanti che scrivono di cinema dando la sensazione non solo di ignorare l’esistenza del linguaggio cinematografico, ma sovente anche senza avvertire il bisogno di vedere il film di cui stanno parlando (bastano i “books” degli uffici stampa reperibili in internet). Facile anche prendere atto che alcuni di questi sedicenti critici, non avendo nulla da dire, sarebbero afasici se non ci fosse il web o annotare che molti nuovi critici crescono, scrivono e pensano soprattutto nella prospettiva di entrare nel salotto buono di Marzullo. Ma, come ben ci ha insegnato il grande cinema hollywoodiano, dalla quantità può nascere la qualità. Se si scrive e si parla tanto di cinema, significa che questo ha ancora un ruolo significante nella realtà, che parla ancora ai suoi contemporanei e che quindi anche la critica è (forse) ancora necessaria. Per quanto sia oggettivamente difficile praticarla. L’importante è che i critici pensanti (forse pochi, ma ci sono!) mantengano sempre ben salda la disponibilità a fare ciò per cui esistono: vale a dire, guardare quello che davvero scorre sullo schermo, e che di questo abbiano voglia di fare davvero l’oggetto delle loro analisi e riflessioni. Perché è appunto questa “specificità” dello sguardo – così lontana da quel “tecnicismo” nella quale quel “mio” direttore voleva far affossare la critica – che va ritrovata da parte del critico che non è disposto a rinunciare al proprio ruolo. Quel critico, cioè, che oggi vive necessariamente in trincea ed è impegnato in una battaglia quotidiana difficilissima, tanto da apparire sovente già persa, ma che di sicuro non potrà mai essere vinta con le piccole furbizie o con i tatticismi nei confronti di un sistema che esiste ed ha prosperato sulla programmatica tendenza di sostituire le teste pensanti con i portavoce del potere o delle opinioni altrui. Non confondere la mentalità critica con la tentazione propagandistica o pubblicitaria: questo il primo dovere del critico. Eppure è proprio questa “confusione” che hanno fatto o stanno facendo le televisioni e i quotidiani, e che – inutile nasconderlo – hanno accettato di fare anche molti che, pur continuando a chiamarsi critici, di fatto agiscono, guardano e pensano come dei pubblicitari. Ma il cinema, almeno quello che vale la pena “criticare”, si sa, ha ben poco a che fare con tutti costoro. E’ un’altra cosa. Una cosa che chiede innanzitutto al critico di essere conosciuta, analizzata, compresa, comunicata e stimolata. Solo partendo da qui, infatti, la critica può ritrovare – nella salutare disparità di giudizi – una propria ragione d’essere e uscire dalla caverna in cui è stata relegata, per tornare a dialogare con i film e per il cinema.

(Aldo Viganò)