Doppia crisi

Mentre scriviamo questa nota, tutto il cinema italiano sta protestando, giustamente, contro il Governo per il mancato reintegro del FUS; reintegro che era stato auspicato dal Presidente della Repubblica e promesso pubblicamente e solennemente dal Ministro per i Beni e le Attività Culturali. Questa mancata disponibilità di risorse finanziarie, se non sarà rapidamente rimediata (cosa peraltro affatto possibile: non si tratta di grandi cifre, basterebbe un minimo di volontà politica), comporterà inevitabilmente un acuirsi, con pesanti conseguenze negative, della crisi in cui versa nuovamente la nostra industria cinematografica, che infatti, nell’ultima stagione 2008/2009, in confronto all’analogo dato dello scorso anno, ha visto ridurre sensibilmente (oltre l’8 per cento in meno) la propria quota di mercato, dove peraltro sono anche calati, sia pure di poco, gli incassi complessivi al box office; e tutto questo mentre si profila un notevole abbassamento dei livelli produttivi, dovuto appunto al taglio del FUS. Ci è capitato più volte di criticare la tendenza, piuttosto diffusa, a vedere tutta in positivo o tutta in negativo la situazione del nostro cinema quando viene valutato annualmente, e quindi le cifre e gli episodi presi in esame riguardano prevalentemente la dimensione congiunturale e molto meno quella strutturale. Ma questa volta, se non interverranno correttivi adeguati, che non potranno che essere conseguenti a provvedimenti pubblici, le previsioni più pessimistiche appaiono pure le più realistiche, soprattutto per quanto riguarda la realizzazione dei film prioritariamente motivati da finalità artistiche e culturali.

Anche la critica cinematografica, specialmente quella esercitata sui quotidiani, si trova, ormai da molti anni e per motivi più volte analizzati, in una condizione di crisi, e anche questo fenomeno ha avuto recentemente, durante la scorsa edizione del Festival di Cannes, un’ulteriore manifestazione (accentuazione), spingendoci a intervenire subito “a caldo” sul nostro sito. Riprendiamo ora quel breve intervento, sia per tentare di aprire, assieme ai colleghi che vorranno parteciparvi, una discussione su un argomento che ci coinvolge direttamente e che si offre a considerazioni molteplici, sia per ribadire in anticipo il nostro totale disaccordo nel caso che alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dovesse ripetersi quanto si è verificato sulla Croisette. Ecco qui di seguito il testo integrale: I servizi giornalistici da Cannes, in occasione del festival cinematografico più importante del mondo, hanno evidenziato, ancora una volta, la scarsissima considerazione in cui è tenuta la critica cinematografica da parte dei responsabili della carta stampata. Lo diciamo senza sapere, nei particolari, se questo dipende dalla proprietà, dai direttori, dai caporedattori o da chi altro opera all’interno dei giornali. I fatti sono questi: Il Messaggero di Roma e Il Mattino di Napoli, due testate importanti anche al di fuori delle rispettive città, hanno deciso, probabilmente per ragioni economiche, di “coprire” con un solo giornalista la suddetta manifestazione, scegliendo al contempo di non inviarvi il critico cinematografico titolare delle recensioni filmiche. Senza entrare più di tanto nel merito di queste decisioni, e quindi senza soffermarci sul comportamento (invero poco garbato) riservato ai critici cinematografici direttamente interessati, vogliamo tuttavia fare almeno un’osservazione sulla critica cinematografica e sulla sua utilizzazione nel sistema dei media, andando anche oltre l’episodio specifico, ed evitando implicazioni e rivendicazioni di ordine corporativo.
La critica cinematografica, in qualsiasi sede venga esercitata, oltre a essere un’attività culturale, specifica e specialistica, è anche, in quanto tale, un servizio culturale, poiché serve a informare e a orientare le scelte dei lettori, essendo questi dei potenziali spettatori cinematografici. La trascuratezza di questo dato significa due cose: a) che la cultura interessa poco o niente alla maggior parte dei responsabili dei giornali e, possiamo tranquillamente aggiungere, delle reti televisive; b) che, a questi stessi responsabili, il cinema, mentre appunto interessa poco o niente per i suoi aspetti culturali, interessa invece molto di più per altri suoi aspetti (mondani, divistici, insomma di “colore”, come si usa dire) che, vedi caso, con la cultura nulla hanno da spartire. Tutto ciò non è una novità, è semmai un segno dei tempi che, assieme ad altri, corrisponde, cioè si rivela omogeneo e funzionale, alle tendenze dominanti nella nostra attuale società, tra i cui connotati più tipici vi è anche il degrado culturale. Ma a questo punto si impone una domanda. Siamo sicuri che quello che i giornali offrono è proprio quello che i lettori vogliono? Lo chiediamo – non solo ai responsabili dei giornali e delle reti televisive – perché la risposta non è affatto scontata. In proposito, ricordiamo che, secondo un’indagine di mercato fatta una dozzina di anni fa da una società specializzata su incarico di Cinecittà Holding quando ne era presidente Gillo Pontecorvo, il “campione” dei lettori dei maggiori giornali nazionali aveva dichiarato di non gradire la riduzione degli spazi riservati alla critica cinematografica nelle pagine degli Spettacoli. Comunque, e prescindendo ora da qualsiasi ipotetico risultato statistico relativo all’“indice di gradimento” dei lettori, riteniamo giusto riaffermare che presumerli come cittadini intelligenti, e non solo come consumatori eterodiretti, è una forma di rispetto, verso loro e anche verso la professione giornalistica.