Critici vs Commedia

Nei confronti del cinema italiano la critica ha commesso colpe ben più gravi di quelle che rimprovera Giovanni Veronesi, punto sul vivo per le quasi unanimi stroncature al suo Manuale d’amore 2. Ci sono state in passato, da parte dei critici, incomprensioni gravi, sottovalutazioni colpevoli, pregiudizi ideologici inammissibili, che hanno riguardato certo la commedia ma ugualmente autori grandi e grandissimi, da Rossellini a Fellini, da Petri ad Antonioni. Quello però non era (e non è) un difetto della categoria nel suo insieme (perché ci furono eccome le eccezioni), ma un problema che riguardava i critici come soggetti, con le loro cecità e le loro responsabilità personali. “Fatti loro”, dice giustamente Fabio Ferzetti. Su quelle responsabilità, però, i conti sono stati fatti da tempo, e sul presente ci si può sempre confrontare, ma senza amnesie e senza fare confusione.

Chiamato in causa, come sempre in queste occasioni, Dino Risi continua a ripetere che la critica “di sinistra” ai suoi tempi vedeva solo il neorealismo e ignorava o demoliva la commedia all’italiana. Non è esattamente così. Il Risi de Il sorpassoIl giovedì, il Monicelli diL’armata Brancaleone, il Germi di Signore e Signori, non è vero che furono ignorati o unanimemente stroncati dalla critica (ci sono le recensioni e i tanti “omaggi” organizzati in loro onore a dimostrarlo), semmai quei film e quegli autori furono tenuti ai margini dal Sistema cinema, che ad esempio gli chiuse quasi sempre le porte della Mostra di Venezia. Ma questo è un altro discorso, che riguarda in generale anche una certa tradizione culturale (e crociana) del nostro paese, che ha sempre separato cultura alta e cultura bassa, e non ha mai saputo coniugare fino in fondo le ragioni dell’arte con quelle dell’industria. Un condizionamento grave, certo, che ha determinato ritardi, fraintendimenti, ingiustizie, però da allora molta acqua è passata sotto i ponti e oggi per la critica italiana il problema all’ordine del giorno è di avere ancora la possibilità di svolgere il proprio ruolo, difendere con i denti gli spazi residui, mantenere un legame con il pubblico che invece tende a farsi sempre più tenue e distratto. Figuriamoci se possono esserci pregiudizi nei confronti della commedia e del cosiddetto cinema popolare che cerca e trova il consenso, il problema è purtroppo la scadente qualità.

I manuali d’amore di Veronesi o le commedie sexy di D’Alatri non hanno niente a che spartire con la grande commedia all’italiana, ma si rifanno invece all’immaginario televisivo che straborda dalle “prime serate” e alle sguaiataggini del Bagaglino. Se una critica va mossa ai critici di Manuale d’amore 2 è semmai di essersi solo limitati a rimarcare la superficialità con cui sono trattati temi complessi come i Pacs e la fecondazione artificiale. Pretesa ingenua perché visto il contesto di certe operazioni (il pragmatico Neri Parenti ammette giustamente che lui cerca solo “i larghi consensi”) l’approfondimento è visto come la peste e la precondizione di partenza è proprio una superficialità che non fa male a nessuno. A livello critico, volendo, si poteva parlare anche della regia di Manuale d’amore 2: troppi primi piani dedicati ad attori incapaci di reggerli o la scena “calda” tra la Bellucci e Scamarcio, girata con il dolly e sottolineata dalla musica come la scena madre di un western. Si poteva parlare di drammaturgia, tutta basata su stereotipi e luoghi comuni, macchiette e gag risapute: se i due scemi che vanno a Barcellona per fare l’inseminazione artificiale incontrano altri due scemi, e con loro vanno a fare la prima scemenza che gli viene in mente (“il bagno nell’Atlantico, anzi no nel Mediterraneo”), il risultato è che alla fine anche il tema “serio” diventa un tema scemo. E infine la recitazione, con gli attori tutti al loro peggio, dalla Bobulova (è la prima volta che riesce a recitare male), a Rubini che per fare il gay sculetta e agita le mani, a Verdone, che continua a sporcarsi con i neonati presi in braccio o a scappare in mutande ogni volta che prova a fare all’amore.

Nell’enorme bolla mediatica che ha accompagnato l’uscita del film, l’unico segmento che sembra ancora sfuggire di mano è proprio l’esercizio della critica. Un allarme, un’anomalia quasi insopportabile. Non contento degli incassi record, Veronesi in una lettera a “Il Riformista” ha scritto che si aspetterebbe critiche costruttive per gli autori, ma poi rivela che le vorrebbe soprattutto funzionali alla pubblicità (“non è vero che le critiche non contano, contano eccome, soprattutto all’estero, per andare ai Festival, per le vendite”). Il margine è dunque molto stretto e il rapporto possibile sembra essere soprattutto utilitaristico. Ha ragione Michele Anselmi quando scrive che autori e critici, soprattutto per quanto riguarda un certo cinema commerciale, debbono continuare a fare il proprio mestiere senza aspirare a impossibili “alleanze”. I primi impegnati a far fruttare i denari investiti dal produttore, i secondi a fornire spunti più o meno intelligenti, senza però considerarsi degli angeli sterminatori. Tra loro, aggiungerei io, ci vorrebbe un dialogo senza malafede, basato sull’attenzione e sul rispetto, che però devono essere reciproci. Nella lettera citata, Veronesi commette un lapsus significativo rievocando un episodio di tanti anni fa, quando all’uscita di Caruso Pascoski, il critico di Repubblica scrisse che Nuti doveva ricordarsi di essere “solo Francesco Nuti da Prato”. Veronesi quell’affermazione la prende come un’offesa alla persona e non, come sembra a me e con il senno di poi, una critica benemerita e lungimirante, che denunciava il rischio già evidente di una deriva narcisistica e autoreferenziale. Un perfetto esempio di esercizio critico. Non bisogna insomma fare critiche in malafede, ma neppure prendere chi critica come una fastidiosa voce fuori dal coro, perché insiste a ricordare – lo scandalo! – che la popolarità e l’audience non sempre coincidono con la qualità.