Cinema Italiano: luci, ombre e rischi di buio

Passati i cosiddetti anni Zero e avviati gli anni Dieci del nuovo Secolo, si possono avanzare alcune sintetiche osservazioni riguardanti il cinema italiano e le sue prospettive, pur dovendo tenere conto che, proprio nel momento in cui scriviamo, il suo stato di emergenza è al massimo grado di pericolosità e le contraddizioni che lo attraversano sono molte. Il primo aspetto da porre in risalto comporta una valutazione soggettiva, comunque non priva di possibili riscontri oggettivi, e riguarda il miglioramento qualitativo della nostra cinematografia; miglioramento che si evidenzia meglio se rapportato ai risultati dei due precedenti decenni, gli anni Ottanta e Novanta, cioè il periodo in cui si era manifestata nel modo più grave, sia sotto il profilo artistico-culturale, sia sotto quello economico-industriale, la sua lunga crisi strutturale, i cui effetti peraltro, anche se in parte attenuati, continuano tuttora a pesare. Ci sembra indubbio, infatti, che in questi ultimi anni, grazie principalmente all’attività di nuovi registi (Garrone e Sorrentino in primo luogo, ma sarebbero citabili diversi altri nomi), il livello artistico-culturale della nostra produzione filmica si è notevolmente alzato, tanto da inserirla nei primissimi posti tra quelle europee, anche se la sua accoglienza internazionale non è ancora corrispondente, in termini di riconoscimenti critici e di introiti commerciali, a quanto ha saputo realizzare. Parallelamente, pure l’andamento economico e industriale ha fatto registrare, se non proprio una stabilizzata inversione di tendenza, alcuni segnali positivi, il più importante dei quali concerne, all’interno dell’aumento complessivo del consumo filmico, la crescita della quota di mercato che i film nazionali hanno saputo guadagnarsi. Come appunto dimostrano i dati statistici (fonte AGIS, novembre 2010): i nostri prodotti, nel corso di poco più di un decennio, sono progressivamente passati dal 20% circa dei biglietti venduti nelle sale cinematografiche a oltre il 28%; e questo significa, tra l’altro, che oggi il cinema italiano riesce a dialogare maggiormente con il pubblico italiano, recuperando così, seppure parzialmente, l’influenza sociale che aveva avuto in altri tempi (indicativa in tal senso l’accoglienza di Noi credevamo, giudicato dalla maggior parte della critica il miglior film italiano del 2010, che appunto ha anche incontrato il consenso, nonostante la dissennata distribuzione della RAI, di una significativa fascia di spettatori). Ma tutto ciò si è verificato nel perdurare di quelle che sono state e continuano a essere le cause principali, e interconnesse, dei suoi ritardi e delle sue debolezze: l’eccessiva teledipendenza, ovvero il persistere del duopolio Rai/Mediaset; gli ostacoli esistenti nel campo della distribuzione che impediscono un’adeguata circolazione alla maggior parte dei nostri film,  e spesso di quelli più meritevoli per resa estetica e valenza culturale, nel nostro mercato. Insomma la realtà fattuale della nostra cinematografia appare al momento caratterizzata dalla compresenza di luci e ombre; il che potrebbe anche rientrare in una sorta di normalità, più o meno precaria, più o meno accettabile, se da alcuni mesi, come sopra accennato, non fosse diventato sempre più pressante il rischio di un buio molto fitto. Fuori di metafora, se il governo non passa dall’attuale assenteismo, che legittima persino il sospetto di sabotaggio, all’assunzione di precise responsabilità, vale a dire, se non procede urgentemente all’approvazione di alcuni provvedimenti (proroga del tax-shelter e del tax-credit) e a un congruo reintegro del FUS, consentendo così al settore cinematografico (e non solo a questo) di superare l’emergenza economico-finanziaria, provocherebbe all’intero settore un danno ingente, con conseguenze sociali assai negative, in quanto determinerebbe una sensibile flessione degli indici produttivi, la caduta dei livelli occupazionali, la riduzione della creatività e dell’offerta culturale. Non a caso tutte – tutte! – le categorie cinematografiche, dai rappresentanti dei diversi comparti industriali ai sindacati dei lavoratori variamente contrattualizzati, dai registi agli attori, dai tecnici agli operatori culturali ad altri ancora, hanno subito trovato una posizione unitaria per chiedere con fermezza ai politici risposte politiche e ai governanti di governare, dunque di approvare gli atti legislativi e amministrativi che, almeno, e intanto, evitino il peggio incombente. E questo senza dimenticare che continua ad essere più che mai necessaria una riforma di sistema finalizzata a dare al cinema e alla cultura cinematografica più funzionali strumenti realizzativi, più autonomia decisionale, più libertà d’espressione e di visione, e dunque più possibilità di contribuire allo sviluppo civile dei singoli individui e della collettività. Con i tempi che corrono sembra un’utopia irraggiungibile, mentre si tratterebbe soltanto di varare una semplice riforma realmente democratica.