Cinema italiano e critica…parliamone ancora

Un ampio articolo pubblicato su uno dei maggiori quotidiani italiani domenica 31 ottobre (La Repubblica – Nuovo Cinema Francese, Tutti pazzi per coristi & Co – di Laura Putti) ci induce a ragionare sul diverso rapporto che giornalisti e critici francesi e italiani hanno verso i film prodotti nei loro rispettivi Stati.
La considerazione più ovvia riguarda la differente collocazione di questo argomento nei due contesti culturali nazionali.
Quando un film di un certo livello autoriale, ma non solo, viene distribuito nel circuito transalpino, scaturiscono dal tessuto dell’informazione, nella maggioranza dei casi, discussioni che alimentano il dibattito critico. Forse è una questione di attenzione generale legata alla realtà produttiva (più viva rispetto a quella italiana), oppure, semplicemente, di amore collettivo verso una forma d’arte che mantiene un contatto con tutti gli strati della società. Così, anche opere non eccezionali generano un confronto sui giornali oppure sono oggetto di trasmissioni televisive realizzate (in orari di massimo ascolto) all’insegna della professionalità più attenta e corretta.

Cosa avviene invece in Italia? Non possiamo evitare di evidenziare il distacco con il quale i nostri film sono accolti. Eppure, questo inizio di stagione 2004-2005 ha portato alla diffusione di pellicole degne di interesse. Facciamo qualche titolo: Le chiavi di casa di Gianni Amelio, Le conseguenze dell’amore di Paolo Sorrentino, Volevo solo dormirle addosso di Eugenio Cappuccio, Lavorare con lentezzadi Guido Chiesa, La vita che vorrei di Giuseppe Piccioni, L’amore ritrovato di Carlo Mazzacurati, Vento di terra di Vincenzo Marra. Si tratta di lungometraggi che, ovviamente, possono piacere o non piacere ma che appaiono tutti più che dignitosi. Certo, sono state pubblicate recensioni su quotidiani e riviste, ma non si può fare a meno di pensare che se opere di questo tipo fossero state girate in Francia sarebbero state al centro di contraddittori decisamente più vivaci. In Italia, invece, a parte i circoli ristretti della critica festivaliera e degli addetti ai lavori, nonché occasionali apparizioni televisive di qualche regista (magari su una rete satellitare), poco si è sentito dire.
Solo l’ultima prova di Michele Placido Ovunque sei sembra aver dato una scossa. Ma si è trattato di un “dialogo” poco costruttivo, aspro ma non determinante, caratterizzato da una posizione di chiusura netta (e praticamente unanime) da parte della critica verso un lavoro certamente discutibile, incerto e imperfetto ma non prevedibile, e neanche manierista.
Al contempo si assiste invece ad una sproporzionata rivalutazione di una cinematografia ultracommerciale (quella degli anni settanta-ottanta) che comporta un eccesso di considerazione verso fenomeni filmici, a nostro avviso, non proprio significativi .

Ebbene, tali considerazioni riportano alla luce una questione mai risolta, ovvero l’abitudine a non considerare il nostro cinema territorio di elaborazione culturale, grazie al quale dare vita ad uno scambio leale tra chi fa i film e chi li studia. Dalle pagine web del nostro sito, ma anche da quelle cartacee di Cinecritica, abbiamo tentato più volte di riavviare il rapporto registi-critici, portandolo su un terreno civile e costruttivo. In un nostro precedente editoriale di qualche tempo fa (http://www.sncci.it/34/10/891/center.asp) il condirettore di CineCritica e Vice Presidente SNCCI Piero Spila aveva scritto: “Nei momenti migliori del cinema italiano, tra critici e autori il dialogo c’era, magari difficile, non sempre sereno, ideologicamente condizionato, comunque importante. Oggi il discorso è interrotto. E varrebbe la pena riprenderlo”. E’ una frase chiara e incisiva che ha ancora un senso e un valore.
Dunque, lo sforzo che cineasti e studiosi devono fare è quello di far ripartire il dialogo, non per appiattirsi su posizioni comuni o scontrasi in maniera scomposta, ma per rafforzare il cinema italiano, dargli visibilità, e per stimolare la vita culturale del paese, oggi in gravi difficoltà.