Cinema Italiano 2008

Un sintetico bilancio del cinema italiano nel 2008, messo a confronto con quello archiviato lo scorso anno, dà risultati abbastanza simili, sia sotto l’aspetto culturale, sia sotto quello economico, tenendo anche conto delle influenze reciproche che intercorrono tra questi due campi. Pertanto si può subito affermare che l’andamento della nostra cinematografia si è svolto nel segno della continuità, eccetto che su un punto importante, quello che riguarda il suo contesto politico. E’ proprio da quest’ultima prospettiva che si può constatare la più rilevante novità che nel corso del 2008 si è verificata nel cinema nazionale. Stiamo parlando della politica cinematografica avviata dal nuovo governo, politica che, stando alle prime avvisaglie, appare impostata prevalentemente al ribasso, come indicano chiaramente il taglio del FUS e la ventilata riforma dell’assetto legislativo del settore cinematografico. Si deve tuttavia segnalare che una delle iniziative avviate dal nuovo Esecutivo e riguardante il gruppo cinematografico pubblico ha dato, almeno sinora, esiti condivisibili, sempre che le scarse notizie di stampa fornite al riguardo corrispondano al vero. Infatti, il nuovo Amministratore Unico di Cinecittà Holding Gaetano Blandini, che è anche il Direttore generale della sezione cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, sarebbe riuscito a vendere Mediaport, il circuito di mulsitale di proprietà statale, che aveva fatto accumulare perdite ingenti alla stessa Cinecittà Holding senza peraltro minimamente servire al perseguimento delle sue finalità istituzionali (socio-culturali). Sempre allo scopo di predeterminare le condizioni per il risanamento amministrativo e quindi per l’auspicabile rilancio del cinema pubblico, è stata anche interrotta la pratica del ricorso continuo, da parte della stessa Holding e delle società inquadrate, a numerose collaborazioni esterne, che per un non breve periodo hanno determinato costi tanto elevati quanto inutili e quindi dannosi. Per amore di verità e chiarezza va aggiunto che queste scelte scellerate operate dai diversi – come matrice politica – Consigli di Amministrazione responsabili negli anni passati della gestione del cinema pubblico, hanno rivelato una vocazione bipartisan al dilettantismo gestionale e al clientelismo, effetti naturali e pressoché inevitabili della lottizzazione partitica. Questa vocazione aveva appunto portato il gruppo cinematografico pubblico ad accumulare debiti su debiti e, insieme, a svolgere un ruolo sempre più marginale nell’ambito complessivo del cinema italiano. Si tratta ora di vedere – e di controllare, anche da parte di chi dovrebbe rappresentare quella che potremmo chiamare l’“opinione pubblica cinematografica” – se a queste valide iniziative amministrative ne seguiranno altre di natura più specificamente politica, tali da far recuperare al cinema di Stato credibilità e funzionalità, consentendogli così di svolgere un’attività che favorisca la crescita di tutto il settore cinematografico e in particolare della sua valenza culturale. Per quanto riguarda gli aspetti economici, gli ultimi dati statistici consultabili (quelli disponibili al 14 dicembre) fanno registrare una soddisfacente tenuta; detto altrimenti, e avendo anche presente la sfavorevole congiuntura dell’economia nazionale (e internazionale) che comporta tra l’altro una riduzione generalizzata dei consumi, si può affermare che nel 2008 il nostro cinema si è difeso bene, come dimostrano anche gli incassi al botteghino. Infatti, rispetto al 2007, che era stato un anno particolarmente favorevole soprattutto per l’andamento del mercato interno, mentre restano sostanzialmente inalterati gli indici produttivi, il consumo filmico ha fatto registrare una contenuta diminuzione del numero degli spettatori, scesi dai 94 milioni del 2007 ai 90 milioni del 2008, e della quota di mercato coperta dai film italiani, passata dal 29,0 per cento al 26,5 per cento, percentuale, questa, che quasi sicuramente, in conseguenza dell’uscita dei cinepanettoni natalizi, sarà a fine anno più alta. Inoltre è da notare positivamente che gli introiti del cinema italiano – come già era avvenuto lo scorso anno – non sono dovuti soltanto ai prodotti più commerciali, ma anche, e in misura significativa, ad alcuni film d’autore, come, primo tra tutti, Gomorra di Matteo Garrone, cui sono pure andati i maggiori consensi critici e i premi più prestigiosi; e persino un’opera prima come Pranzo di Natale di Gianni Di Gregorio ha incassato più di due milioni di euro: una cifra in precedenza inimmaginabile per un film di bassissimo costo, senza attori conosciuti, della durata di soli 75 minuti, ma che ha potuto meritatamente beneficiare della promozione derivatagli dalla partecipazione, durante la Mostra del Cinema di Venezia, allaSettimana Internazionale della Critica. Con queste ultime annotazioni stiamo già accennando alla resa culturale della nostra cinematografia. Che nel 2008 ha visto confermati e in qualche caso rafforzati alcuni aspetti positivi emersi negli ultimi anni, tre in particolare: a) la presenza di film in cui si avverte l’intenzione di coniugare estetica ed etica, film capaci di raccontare criticamente e con avanzate soluzioni formali l’odierna realtà nazionale, film che in alcuni casi riescono anche a stabilire un colloquio con il pubblico: il suddetto Gomorra rappresenta in tal senso l’esempio più probante, ma non è l’unico titolo citabile; b) diversi esordi convincenti che lasciano scorgere nei loro autori l’apertura al nuovo sia a livello tematico che espressivo; c) un’attività documentaristica, ricca per quantità e spesso di elevata qualità, che rivela un’attitudine alla conoscenza, alla testimonianza partecipe, alla comunicazione sociale in netta controtendenza rispetto a quello che normalmente passa il convento (televisivo e non solo). Tuttavia, se è giusto riconoscere l’importanza di questi aspetti che evidenziano la parte migliore della nostra cinematografia, è altrettanto giusto non dimenticare che i problemi più gravi che da molto tempo pesano sul cinema italiano, a cominciare dalle sua teledipendenza e dalla scarsa visibilità di molti dei suoi film più connotati artisticamente e culturalmente, sono tuttora irrisolti, mentre ancora non si avverte da parte delle forze politiche la volontà di affrontarli.