CineCritica e la SIC

1984-2010. Venticinque edizioni dopo, la Settimana Internazionale della Critica di Venezia è da tempo un evento culturale accreditato e atteso nel panorama cinematografico internazionale, dotato di una sua riconoscibile identità nel campo della ricerca, della proposta e della verifica di quanto accade di nuovo e diverso nel cinema contemporaneo.

Lo Speciale di CineCritica dedicato al 25° anniversario della SIC è un modo per festeggiare e ricordare un’attività (e un risultato) certamente ragguardevole per i critici cinematografici italiani, ma è anche, crediamo, la maniera più giusta per una rivista di cinema, e per chi opera nella critica cinematografica, di studiare e analizzare, e dunque comprendere meglio, un’esperienza culturale collettiva per molti versi unica nel nostro paese, spesso però vissuta sotto la spinta degli eventi, con la foga del momento e gli inevitabili condizionamenti organizzativi. L’idea è ripercorrere “criticamente”, edizione dopo edizione, più di un quarto di secolo di storia comune, con le testimonianze dei protagonisti e alcuni contributi inediti, materiali antologizzati oppure scritti per l’occasione, per provare a riflettere (senza enfasi e compiacimenti) sul lavoro e sulle scelte fatte, sui successi ottenuti ma anche sulle difficoltà e i momenti di crisi. Tutto questo non per spirito autoreferenziale o di categoria, ma per mettere a fattore comune delle esperienze preziose, e trovare le giuste motivazioni per procedere oltre – le edizioni SIC a venire – continuando un lavoro di ricerca e proposta difficile ma sempre esaltante, diventato addirittura indispensabile a fronte delle difficoltà e delle ombre cupe che circondano il presente e il futuro del cinema. Questo numero di CineCritica è dunque “Speciale” solo per la sua natura monotematica (la SIC), ma in realtà è del tutto in linea con gli altri numeri della rivista, perché come quelli è finalizzato alla raccolta e messa a disposizione di materiali importanti (spesso sparsi e dimenticati), all’approfondimento dei temi, alla riflessione, al confronto delle posizioni, che nella fattispecie riguardano, lungo un arco temporale venticinquennale, la natura e la specificità del lavoro critico, il rapporto con le istituzioni, i festival, il mercato, la responsabilità culturale e politica di certe scelte.

La storia della SIC inizia nel 1984, quando il SNCCI, con Lino Miccichè presidente, Giorgio Tinazzi, che sarebbe stato il primo Delegato Generale, e gli altri soci del tempo, decise di organizzare in Italia, all’interno della Mostra del cinema di Venezia, una Settimana della Critica sul modello della già collaudata Semaine de la critique di Cannes. Questa scelta rappresentava un decisivo “passo in avanti” nel modo di fare e intendere la critica cinematografica, perché significava assumere un ruolo e una responsabilità del tutto nuovi,  passando da una posizione teorica e comunque esterna al processo cinematografico ad un coinvolgimento più diretto, addirittura in “prima linea”, nell’organizzazione e nella gestione di un evento di cinema, un ambito, una situazione, in cui l’analisi e il giudizio critici si permeavano con la proposta, la scelta di campo, qualche volta con il brivido dell’azzardo, con il partito preso estetico anche fazioso. Rispetto alla Semaine di Cannes, le differenze erano però evidenti e riguardavano sollecitazioni e remore all’interno e all’esterno del sindacato, la volontà di affermare e salvaguardare una piena autonomia culturale e di gestione (un requisito in realtà mai messo in discussione) ma soprattutto c’erano i rapporti con un’istituzione prestigiosa e complessa come la Biennale, la cui apertura e la cui collaborazione si dimostrarono sin dall’inizio fondamentali, anche se non mancarono difficoltà, aperture e resistenze improvvise, che a volte rendevano complicato e defatigante il lavoro dei selezionatori (la “tela di Penelope” di cui accenna Andrea Martini nel suo intervento). I risultati furono subito lusinghieri e anno dopo anno si consolidarono facendo conquistare alla SIC un ruolo nell’ambito della Mostra sempre più importante e anche irreversibile (come avrebbero dimostrato degli episodi successivi). Un grande successo, ma non solo, perché la SIC assunse sin dall’inizio un’identità precisa, basata sull’orgoglio e l’ambizione di non accettare un ruolo di semplice sezione collaterale, una specie di plus di qualità da aggiungere all’opulenta programmazione veneziana, ma di realizzare viceversa uno spazio autonomo e indipendente, non per dare sfogo a velleitarie intenzioni competitive (si sarebbe perso in partenza) ma per esercitare il plus specialistico di uno sguardo critico estetico/etico particolare e laterale, finalizzato soprattutto a intercettare linguaggi e tendenze, piuttosto che inseguire pretese generaliste e informative, più attento a proporre rotture e sorprese piuttosto che punti di sintesi ed equilibrio.

La storia delle 25 edizioni della SIC può essere letta anche come un romanzo, con gli entusiasmi e le speranze degli inizi, le difficoltà e le crisi degli anni Novanta, le fughe in avanti e le messe a punto necessarie, le interruzioni dolorose e le riprese, prima guardinghe poi più convinte nelle edizioni più recenti, con il touch più o meno “personale” dato dai vari delegati generali che si sono avvicendati alla guida della commissione selezionatrice (Giorgio Tinazzi, Enrico Magrelli, Callisto Cosulich, Franco La Polla, Andrea Martini, Francesco Di Pace) e sullo sfondo del blue screen offerto dal cinema che proprio nei venticinque anni della SIC ha vissuto trasformazioni epocali. Al centro naturalmente gli autori, i film, i “programmi speciali”, le sorprese, le conferme, e poi lo spazio dato alle forme di produzione meno allineate, ai progetti più originali e indifesi, quindi più degni di attenzione. Questa la buona causa portata avanti dalla SIC, che dagli anni Ottanta ad oggi ha mantenuto dritta la barra, riuscendo a non tradire il progetto di partenza: essere un punto di riferimento e verifica di autori, movimenti e cinematografie emergenti, ma anche di interferenze tra il “cinema nuovo” che nasceva o resisteva in varie parti del mondo e i film (le opere prime e seconde, quasi mai capolavori ma spesso terrain vague in cui intravedere un barlume di futuro). E’ così che nella SIC hanno trovato spazio e visibilità registi esordienti poi diventati grandi o grandissimi (come Kevin Reynolds con Fandango o Mike Leigh con High Hopes), o purtroppo usciti di scena nella dimenticanza o nell’anonimato. Autori stranieri come Pedro Costa (O sangue) e Olivier Assayas (Desordre),  Harmony Korine (Gummo) e Pablo Trapero (Mundo Grua), oppure italiani come Carlo Mazzacurati con la sua opera prima (Notte italiana, lucido e disperante presagio di quello che sarebbe accaduto nel nostro paese) e seconda (Il prete bello), Paolo Benvenuti (con il maestoso Il bacio di Giuda) e Vincenzo Marra (Tornando a casa), Roberta Torre (Tano da morire) e Sergio Rubini (La stazione), Gianni Di Gregorio (Pranzo di Ferragosto) e tanti altri. E accanto alla selezione, i “programmi speciali”, spesso veri e propri “eventi” capaci di monopolizzare l’attenzione degli organi di stampa e dei frequentatori della Mostra, come è capitato nel 1989 con Palombella rossa di Nanni Moretti, ma anche, ad esempio, con un sorprendente Ioseliani o un inedito Spielberg o Bergman, un omaggio a Michael Powell o la riproposta di La caduta di Berlino. Un bel romanzo, a ripercorrerlo compatto e coerente, e con molti capitoli ancora da scrivere. Viene da ripetere ciò che scriveva Franco La Polla, indimenticato collega: nella SIC non esistono edizioni e selezioni migliori o peggiori, e comunque non è quella la cosa più importante da rilevare. E’ vero, perché più che il bel film (o addirittura il capolavoro) o il talento già maturo, a contare sono la forza, la vitalità, le idee di chi comunque è capace di far vivere la specificità del cinema. Autori esordienti ma con un’idea di cinema precisa, e che con i loro film non si limitano più a chiedere con Bazin che “cosa è il cinema”, ma che invece fuggono in avanti, inattesi e irresistibili, a immaginare il cinema che sarà.