Aspettando un pubblico di qualità

Per il cinema italiano sembra essersi concluso un ciclo di crescita cominciato in sordina all’inizio del nuovo millennio. L’eccessiva ripetitività delle formule produttive, vizio antico della nostra industria cinematografica, ha provocato una rapida  disaffezione del pubblico nei confronti di quella commedia popolare, che, nelle stagioni più recenti, aveva contribuito in maniera fondamentale alla progressiva crescita della quota di mercato della produzione nazionale. Ma, per ciò che riguarda i numeri, anche il nostro cinema d’autore è in netto arretramento. Film di qualità che fino all’anno scorso si attestavano normalmente attorno ad un incasso di 5/6 milioni di euro, nella stagione appena conclusa non sono riusciti neppure ad avvicinarsi a quelle cifre. L’impressione è che nel caso specifico il fenomeno non dipenda solo ed esclusivamente da un risultato artistico meno convincente o comunque più modesto rispetto ai titoli delle più recenti stagioni, né dalla crisi economica che morde anche il mercato sala, né da politiche distributive quanto mai irrazionali, né dalla progressiva sparizione di quell’esercizio di qualità (sale dei centri storici e cinema di profondità) che, a parole, tutti dichiarano di voler proteggere e sostenere, senza che seguano mai fatti concreti. Il problema piuttosto nasce da una sempre più diffusa analfabetizzazione di ritorno. Saranno anche stati sostenuti in maniera inadeguata, ma se due grandi film come Il primo uomo di Gianni Amelio e Cesare deve morire dei Taviani, pur ottenendo indici di gradimento altissimi, richiamano in sala rispettivamente 130mila e 121mila spettatori, bisogna preoccuparsi.

Per diversi anni, non senza ragione, si è sostenuto che il cinema italiano fosse peggiore del suo pubblico; oggi, anche se, a volte, i film italiani risultano eccessivamente convenzionali e “antichi” nella messa in scena e nel linguaggio, l’impressione che i termini della questione si siano ribaltati. Così fa enorme piacere constatare il vasto numero di esordi interessanti proposti dal cinema italiano nell’ultima stagione – segno di una vitalità creativa, che, giustamente, ci viene invidiata all’estero – ma la stragrande maggioranza di queste opere prime non ha ottenuto sul mercato quanto avrebbe meritato.

Il fatto è che da troppo tempo nessuno si è più occupato di educare le nuove generazioni al linguaggio audiovisivo. Anni fa questo compito era egregiamente svolto dal servizio pubblico televisivo, che offriva numerose occasioni per far conoscere film e autori che avevano lasciato un segno nella storia del cinema, elevando in questo modo la sensibilità e il gusto degli spettatori. L’odierna programmazione televisiva, invece, ha abituato gli spettatori ad un linguaggio visivo eccessivamente semplice ed elementare e li rende incapaci di apprezzare ed amare proposte appena un po’ più insolite, curiose, originali. La progressiva emarginazione della critica cinematografica dai quotidiani e dai media in genere ha contribuito a favorire la diffusione di una generalizzata ignoranza cinematografica. Tutti coloro che frequentano un certo tipo di esercizio avranno notato che il pubblico d’essai e delle sale di qualità, un tempo formato prevalentemente dalle giovani generazioni, oggi è composto nella stragrande maggioranza da spettatori adulti ed anziani. I ragazzi non frequentano queste strutture perché disinteressati al cinema d’autore e incapaci di apprezzarlo, essendo privi degli strumenti necessari alla visione.

Per svariati anni e sempre inutilmente, il Sncci si è battuto per l’introduzione di una materia audiovisiva nella scuola dell’obbligo e nelle superori. Svanita anche la speranza che il progetto si possa concretizzare, resta il desiderio di battere nuove strade per contribuire alla formazione del pubblico, con iniziative, anche locali, concordate con autori, esercenti, produttori. E’ una priorità di cui un’associazione culturale come la nostra deve farsi carico. Intanto, pur consapevoli che l’iniziativa non esaurisce il problema, la nuova dirigenza del Sncci ha deciso di dare vita, attraverso un’agile commissione, di cui fanno parte i soci del comitato esecutivo ed alcuni colleghi che lavorano in quella che una volta si chiamava “critica militante”, ad un servizio di segnalazione di film meritevoli al di là di ogni possibile dubbio, allo scopo di richiamare su questi titoli una maggiore attenzione e magari suscitare qualche curiosità anche tra le fasce di spettatori più distratti.

Questo numero di “CineCritica” è il primo successivo all’assemblea di Prato che ha portato ad un ricambio nella presidenza dell’associazione; come nuovo responsabile desidero esprimere pubblicamente un ringraziamento a Bruno Torri, che, con passione e competenza, per tanti anni, ha guidato il Sncci e che, con grande disponibilità, ha garantito un concreto ed indispensabile impegno nell’associazione anche per il futuro. Ugualmente desidero esprimere un sincero apprezzamento per il lavoro che Piero Spila dedica e continuerà a dedicare alla nostra rivista. Infine un auspicio: in un momento di crisi di tutto l’associazionismo diventa più che mai indispensabile un aiuto e un apporto di idee e di proposte da parte di tutti i soci. Mi auguro che, fin da subito, attraverso nuove o rinnovate iniziative, si possa riscoprire insieme le ragioni del comune impegno nel sindacato.