Cella 211 un film di

Come può un uomo trovarsi dall’altra parte della barricata e, per la propria sopravvivenza, lottare immergendo completamente la propria persona in una realtà sconosciuta che fa, inevitabilmente, molta paura?  È  quanto accade a Juan Oliver, un giovane sposato e con un bambino in arrivo, in procinto di prendere servizio come secondino in un penitenziario di massima sicurezza.
Nel suo primo giorni di lavoro, durante un giro di perlustrazione insieme a due agenti, rimane ferito dal crollo di alcuni calcinacci. Nel frattempo scoppia una rivolta carceraria (l’ennesima) capeggiata dal capobranco Malamadre. I due agenti, spaventati, lasciano Juan disteso sulla cella 211, l’unica rimasta ancora libera. Il giovane, suo malgrado, si troverà coinvolto nella rivolta, e per non essere ucciso e torturato, fingerà di essere un nuovo detenuto. Malamadre lo prenderà sotto la sua ala protettiva (e di controllo) per guidare la sommossa e preparare le richieste al governo spagnolo. Juan riuscirà abilmente a portare avanti la sua nuova identità, simulando con astuzia e prontezza, senza cedimenti, in un continuo intercedere di nascosto con gli agenti. Ma quando sua moglie rimarrà coinvolta in una rissa fuori dal carcere, pestata da un funzionario dirigente, tutto cambierà. Realtà e finzione finiranno per mescolarsi, confondersi. Non ci sarà più la distinzione tra il Juan bravo ragazzo, e il “finto carcerato”, ma solo un Juan profondamente sofferente, sperduto e pronto alla vendetta.

Cella 211, opera del regista Daniel Monzon e vincitrice di ben 8 premi Goya, ha il merito di  affrontare la dura realtà carceraria con dignità, profondità di riflessione morale, crudezza (senza retorica) e con una tensione narrativa che predomina in ogni passaggio della vicenda. Il film è denso di riferimenti alla storia ed alla politica contemporanea, come il regime dell’isolamento carcerario, i detenuti terroristi dell’ETA , la cui sopravvivenza (a discapito di altre vite) all’interno della sommossa è fondamentale per il Governo. La rigida e irremovibile gerarchia dei prigionieri non esiste solo dentro le quattro mura del carcere. Monzon, con Cella 211, mostra come questa prevalga in maniera molto forte anche fuori, nelle logiche di governo e nelle indagini politiche. Se prima la sopravvivenza di Juan costituiva una priorità fondamentale per i funzionari e gli intermediari, il giovane diventerà poi un mero strumento di quest’ultimi, per arrivare alla trattativa finale e all’incolumità dei prigionieri dell’ETA.  Le mele marce però, si sa, stanno nascoste ovunque, sia nella parte “giusta” che in quella “sbagliata”. Tra i funzionari, non mancheranno coloro che condanneranno impietosamente le crudeltà commesse dai loro simili. Lo stesso vale per i detenuti. In questo caso, merita grande attenzione il personaggio di Malamadre, (interpretato con straordinaria intensità da Luis Tosar), un uomo violento e dai modo decisamente irruenti Nella sua negatività nasconde però un senso di umanità  e di solidarietà, soprattutto nei confronti di Juan.
Una realtà, quella del film, che viene mostrata in maniera cruda e nuda, spogliata di qualsiasi mediazione. La macchina da presa segue incessantemente i personaggi, con intense inquadrature che non risparmiano sangue, violenza e sofferenza. L’occhio dello spettatore viene inevitabilmente rapito dalle immagini che si susseguono con rapidità e spasmodica attesa di una risoluzione definitiva, che, forse, non arriverà mai. Il primo piano sulle scritte lasciate nei muri della cella 211 da un prigioniero morto di tumore, mettono ancora di più in evidenza l’angoscia e l’inquietudine.  Le “boccate di ossigeno” riguardano solo i flashback di Juan nei momenti passati con Helena. Per il resto tutte le scene ruotano intorno al carcere, creando inevitabilmente un senso di claustrofobica paura nello spettatore.  Anche lui diventa, a suo modo, “prigioniero” della vicenda,  con grande coinvolgimento ed una dolorosa consapevolezza: La linea di confine che separa l’uomo perbene dal criminale, a volte, è veramente molto, molto “sottile”.