Birdman o L’imprevedibile virtù dell’ignoranza un film di

Chi ha amato i quattro precedenti film di Alejandro González Iñárritu e ha casualmente letto in giro per la rete o sui quotidiani che questo suo ultimo lungometraggio sarà una sorpresa spiazzante per tutti per via di una decisa virata verso i toni della commedia non si fidi del sentito dire ma vada a vedere il film. E capirà così quanto Birdman sia lontano dai supposti toni da commedia e quanto poco credibile sia l’ipotesi di una conversione estetica del regista messicano verso toni che ben difficilmente si concilierebbero con la sua severa idea di cinema impegnato a scandagliare il Male di vivere e il disagio esistenziale nel cuore in subbuglio dei personaggi dei suoi film.

Chi ha parlato in maniera avventata di virata verso la commedia lo ha fatto partendo da un’analisi molto superficiale del tema trattato. E cioè la storia di Riggan Thompson, attore hollywoodiano sul viale del tramonto ma celebre a inizi anni ’90 per aver interpretato un supereroe in maschera stile Marvel (per l’appunto il Birdman del titolo), che a 60 anni suonati cerca di rifarsi una verginità artistica adattando e interpretando a Broadway un noto testo narrativo di Raymond Carver dovendo però vedersela con le bizze degli attori che ha assoldato e con non poche beghe familiari che lo assillano.

Ridotta all’osso questa potrebbe anche essere la trama del film, ma le cose non stanno affatto così perché nella sceneggiatura che Alejandro González Iñárritu ha scritto (per la prima volta senza il fido compagno di merende narrative Guillermo Arriaga e in compagnia di altri tre autori) vi è una tale quantità di altre tematiche così complesse e contorte da impedire a chiunque voglia analizzare in maniera accurata il film di limitarsi a quella riduttiva lettura di superficie.

Parlando infatti di un attore in disarmo che cerca di evadere dal proprio passato (la fama legata all’interpretazione del supereroe-uccello) per inventarsi un presente da impegnato professionista di Broadway (l’adattamento e la regia ma anche l’interpretazione del racconto di Carver Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore), Alejandro González Iñárritu ha scelto di abbandonare i cupi toni che caratterizzavano a vario titolo Amores perros, 21 grammi, Babel e soprattutto Biutiful per concentrarsi sul ritratto a tutto tondo di un artista in disarmo raffigurato nell’implodere devastante delle contraddizioni che ne caratterizzano l’animo inquieto ma anche nella sua smodata ambizione di voler diventare ciò che non può essere e nel doversi confrontare con il proprio fallimento a livello umano e professionale.

E nel tratteggiare questo ritratto di un simbolo della superficialità e della pochezza del mondo della scena in genere (a essere presi di mira sono infatti sia l’infantile superficialità dei lustrini di Hollywood che l’isterico autocompiacimento delle presunte star dei palcoscenici di Broadway), Iñárritu sfrutta i due giorni di fibrillazioni che precedono la “prima” per affrontare molti altri temi di estrema complessità il cui sovrapporsi rende Birdman un film così denso a livello di spunti di riflessione da sembrare una specie di mini enciclopedia di tutto quello che si può dire sul mestiere dell’attore ma anche sugli intricati incastri tra la professione più bugiarda al mondo e la necessità di essere autentici quando si passa da una recita di finzione alla recita della Vita vera.

E se la rappresentazione satirica di Hollywood e Broadway è di certo un aspetto centrale della sceneggiatura, non vanno trascurati come assi portanti del racconto anche altri elementi tematici che ruotano intorno alla figura del protagonista: a partire dal rapporto tra la smisurata dimensione dell’ego del protagonista e la sua incapacità di essere un buon marito (con la ex moglie che lo viene a trovare durante le prove e gli ricorda la futilità dei motivi che hanno fatto naufragare il loro rapporto) e un buon padre (con la figlia reduce da un internamento in un centro di disintossicazione e alla vana ricerca di un suo posto nella vita all’ombra ingombrante della figura paterna).

Per poi arrivare alla critica feroce della comunicazione fatta attraverso i cosiddetti social media: se da una parte ne viene apertamente messa alla berlina la vacuità e l’inconsistenza attraverso il personaggio della figlia del protagonista (la quale, come tutti i suoi coetanei, vive attaccata a uno smartphone che è per lei il solo strumento affidabile per analizzare la realtà che la circonda), dall’altra Iñárritu finisce con l’ammettere che volenti o nolenti la celebrità e la credibilità di un individuo passa oggi anche attraverso quel tipo di canali. Ed è così che il suo antieroe Riggan, dovendo correre in mutande nel pieno di Times Square perché rimasto chiuso fuori dal teatro durante una sessione di prove, venga ripreso dai passanti e i filmati postati su Twitter e Facebook diventino virali nell’arco di pochi minuti regalando al protagonista del film quella celebrità (in versione virtuale) da lui inseguita vanamente sulle scene in versione reale.

Ma Birdman è anche un laboratorio ardito che coniuga la sperimentazione all’evasione nei territori del metacinema. Con una precisa scelta di campo che avrebbe fatto la gioia del più cerebrale Anghelopoulos, Iñárritu sceglie infatti di raccontare la storia di Riggan Thompson e il suo ambizioso tentativo di allestire qualcosa di troppo più grande della sua pochezza artistica affidandosi a un unico e lunghissimo piano sequenza. Una tecnica questa – costata agli attori non poche peripezie visto che per ogni ciak avevano a disposizione solo una chance e non potevano sbagliare dopo che la scena priva di tagli era stata preparata in maniera morbosamente meticolosa dal regista – che regala al film un senso di soffocante realismo capace di descrivere coi soli movimenti di macchina all’interno dello stesso spazio il crescente disagio interiore del protagonista e i suoi conflitti col resto della compagnia assoldata per la recita.

Per la gioia dei cinefili c’è poi la componente ancor più cerebrale del cinema nel cinema che il regista e i suoi tre co-sceneggiatori mostrano di apprezzare in maniera particolare vista la costante insistenza su riferimenti a qualcosa che sta oltre il testo filmico e che rimanda a realtà altre rispetto al materiale narrativo allestito. E a questo proposito aleggia onnipresente il fantasma di Robert Altman, evocato non solo nella struttura corale del film stesso (componente questa cara comunque da sempre al regista messicano) ma anche  nel ricorso insistito ai piani sequenza (vedasi l’inizio de I protagonisti), nella ridicolizzazione del mondo dello spettacolo (come accadeva in quello steso film oltre che in titoli di culto quali Nashville e Radio America), nel ricorso a Raymond Carver come ispirazione letteraria (America oggi) e soprattutto nell’idea che Hollywood sia la diretta responsabile del percorso di infantilizzazione forzata del pubblico americano tramite l’imperare della “pornografia apocalittica” dei film di supereroi.

E questo sarebbe nulla a livello di metacinema se non ci fossero gli infiniti rimandi interni tra il personaggio interpretato da Michael Keaton e la sua stessa biografia. Con tutto che il regista e Keaton stesso si sono sforzati di buttare acqua sul fuoco, come sarebbe infatti possibile non pensare a una precisa volontà di sovrapposizione tra la parabola artistica di Michael Keaton e quella di Riggan Thompson? Come il suo personaggio anche Keaton ha prestato le proprie fattezze a un supereroe (il cui nome, Batman, è vicinissimo a Birdman). E lo ha fatto nello stesso periodo in cui Riggan era diventato famoso in tutto il pianeta. Non è poi un caso che entrambi, dopo quell’impennata di popolarità mondiale, si siano persi per strada inseguendo nuove strade artistiche (Keaton una serie di commedie di scarso successo, Riggan l’ambiziosa e velleitaria impresa teatrale che gli dovrebbe ridare una verginità d’attore e rinnovata gloria).

Keaton non sembra però essere disturbato più di tanto da questo gioco di specchi che proietta la finzione nella carne molle del suo vissuto. La sua è una prova maiuscola esaltata e non messa a rischio da questa pericolosa sovrapposizione di piani. E se anche il resto del cast è composto da star di primo piano capaci di assecondare in tutto le richieste del regista messicano (con Edward Norton nei panni di un primattore isterico, Naomi Watts in quelli di un’attrice pronta a ogni forma di umiliazione pur di avere successo a Broadway, ed Emma Stone in quelli scomodi della figlia tossica di Riggan), Keaton giganteggia michelangiolesco oscurando il resto del cast con la potenza di un’immedesimazione totale tra attore e personaggio.

Film d’apertura dell’ultima kermesse veneziana, questo complesso prodotto ha sorprendentemente conquistato ben nove nomination: vista la sua natura evidentemente sperimentale e la compresenza di troppi elementi che sembrano essere la quintessenza di ciò che la giuria degli Oscar detesta nei film in concorso (ovvero eccessiva libertà espressiva, tecnicismi esasperati, dialoghi dilatati all’infinito e soprattutto assenza di un eroe immediatamente identificabile in quanto tale), sarà interessante vedere se Birdman avrà la forza per vincere l’ottusità del pregiudizio e imporre la sua natura di ardita opera sperimentale sulla piattezza dei prodotti che di solito mandano in sollucchero le giurie con la loro ordinaria prevedibilità.

Trama.

Riggan Thompson, attore hollywoodiano sul viale del tramonto ma celebre a inizi anni ’90 per aver interpretato un supereroe in maschera stile Marvel, cerca di rifarsi una verginità artistica adattando e interpretando a Broadway un testo di Raymond Carver. Ma i contrasti con gli attori del cast e le relazioni con la figlia, l’ex moglie e la nuova compagna (unite alla profonda crisi d’identità in cui l’uomo si dibatte) rischiano fino alla fine di mandare tutto all’aria.