Proposte per il riordino del sistema cinematografico italiano – SNCCI

Giovedi 3 dicembre il SNCCI ha incontrato la senatrice  Rosa Maria Di Giorgi, primo firmatario  del disegno di legge n. 1835 sul riordino del sistema cinematografico, attualmente in discussione presso la Commissione Cultura. Il SNCCI è stato invitato a produrre un documento con le proposte e le annotazioni espresse durante l’incontro. Pubblichiamo il testo inviato alla senatrice Di Giorgi che riassume la posizione del SNCCI.

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Il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) ribadisce l’urgente necessità di un nuovo provvedimento legislativo in materia di cinema, poiché non è pensabile che il settore possa continuare ad essere governato da una legge, espressione di una realtà ampiamente superata, che risale a 50 anni fa. Il SNCCI condivide sostanzialmente l’impianto, la filosofia e gli scopi del DDL 1835, presentato dalla senatrice Rosa Maria Di Giorgi e sottoscritto, trasversalmente, da rappresentanti di diversi partiti, sia della maggioranza che dell’opposizione.

In particolare il SNCCI è fortemente convinto che tutti i soggetti che utilizzano i film debbano intervenire negli investimenti produttivi. Siamo assolutamente favorevoli all’introduzione di una prelievo di scopo che deve essere applicato a tutte le componenti economico-industriali: sala, televisione, home video, rete, provider e telefonia. Sono soprattutto le imprese più ricche che dovrebbero farsi carico di questo impegno, indipendentemente dal fatto che la sede legale o amministrativa delle suddette imprese sia ubicata o meno nel nostro paese. Per questo motivo, vorremmo che nel comma 1 dell’articolo 11 del DDL tale obbligo non fosse limitato alle sole imprese con sede in Italia; anche i gruppi multinazionali che qui vi operano, ricavandone molti vantaggi economici, dovrebbero sottostare agli stessi obblighi previsti per gli altri soggetti imprenditoriali.

Per ciò che riguarda le reti televisive vorremmo che agli obblighi di investimento corrispondessero anche precisi e vincolanti obblighi di programmazione di opere italiane e comunitarie, con particolare attenzione alla produzione recente e indipendente. Suddetti obblighi dovrebbero essere previsti per ogni fascia oraria, in modo da evitare, come spesso accaduto finora, che si raggiungessero le quote previste intasando la programmazione notturna, in particolare con film di un lontano passato. Solo in questo modo l’obbligo di programmazione accresce il valore dei film italiani recenti. Inoltre, per fare crescere le singole imprese è assolutamente necessario che la titolarità dei diritti resti ai produttori e non possa essere ceduta ai broadcast.

Per ciò che riguarda l’esercizio, in questo momento il settore in maggiore sofferenza e quello meno sostenuto da risorse pubbliche, concordiamo con la richiesta dell’Agis di esentare da ICI e IMU cinema, teatri e, più in generale, sale di spettacolo, specialmente se svolgono una funzione culturale e sociale. Riteniamo inoltre più che giustificata una drastica diminuzione delle tasse relative alla nettezza urbana, attualmente del tutto sproporzionate, poiché basate principalmente sulla volumetria e la superficie dei locali. Cinema e teatri, benché molto ampi, producono, infatti, una quantità di rifiuti assai contenuta.

Quanto alle modalità di consumo di film, è innegabile che le novità tecnologiche e un vero e proprio mutamento antropologico dei consumatori debbano spingere verso una maggiore liberalizzazione. Pur perfettamente consapevoli che la sala cinematografica tradizionale resta il luogo più valido per la visione filmica, e come tale deve continuare ad essere utilizzata e, quando necessario, salvaguardata, riteniamo che, soprattutto per i film che vengono distribuiti sul mercato con un numero esiguo di copie, si possa prevedere una contestuale uscita anche su altri mezzi. Se un’opera viene distribuita in 15/20 copie è evidente che solo un ristrettissimo numero di spettatori ha la concreta possibilità di visionarla.

Il SNCCI è anche favorevole alla creazione di un Centro Nazionale del Cinema sul modello di quello francese, tuttavia  la struttura del suddetto CNC prevista nel DDL ci appare troppo elefantiaca. Inutile creare troppi organi direttivi, che, come l’esperienza insegna, finiscono per assorbire – ne è esempio negativo il Centro Sperimentale di Cinematografia – ingenti quantità di risorse che vengono sottratte all’operatività, alle finalità istituzionali. Il futuro CNC dovrebbe risultare un organismo il più agile possibile, con un Consiglio di Amministrazione meno pletorico – ma, proporzionalmente, con più rappresentanti della cultura cinematografica (autori, studiosi di cinema, critici).

Infine, per ciò che riguarda i previsti contributi automatici, non vorremmo che si ripetesse la situazione degli attuali ristorni, che finiscono per premiare film già abbondantemente premiati dal mercato. E’ chiaro che se un film viene distribuito in centinaia di copie ed un altro in poche decine il risultato sul mercato sarà inevitabilmente a favore del primo. Così come la trasmissione su un canale nazionale in prima serata garantisce, indipendentemente dal gradimento del film in questione, un’audience certamente maggiore di una programmazione su un canale minore o comunque in seconda o terza serata. Crediamo pertanto che l’ammontare del contributo non debba essere calcolato sull’incasso assoluto o sulla quota di audience, bensì nel primo caso sulla media copia e nel secondo introducendo parametri che tengano conto delle diverse modalità di programmazione televisiva.

Una nuova legge organica sul cinema italiano, per risultare veramente, profondamente, riformatrice deve naturalmente tener conto dell’attuale situazione della nostra cinematografia, che è, insieme, una situazione di (grave) crisi e di (continua) trasformazione; e quindi deve anche tener conto dei vari soggetti in essa operanti. Ad esempio, e sempre in relazione alle premesse e alle finalità che il DDL intende perseguire, appare evidente che tra gli scopi prioritari il cui raggiungimento il nuovo assetto legislativo intende favorire vi sia quello di rendere il cinema italiano sempre meno teledipendente e sempre più autonomo nelle proprie scelte industriali ed editoriali, pur nella consapevolezza che il processo di integrazione tra i vari media audiovisivi è ormai irreversibile. Ne consegue anche, tra il molto altro ipotizzabile, che il miglioramento artistico, culturale e sociale dell’attività cinematografica non può essere condizionato prevalentemente (come purtroppo avviene da tempo) da spinte corporative, ovvero, da interessi particolaristici, ma deve prevedere l’attiva presenza di altri soggetti, pubblici e privati, che meglio possono garantire la creatività, il pluralismo culturale, la libertà di espressione, la libertà di visione, insomma una nuova identità, nazionale e internazionale, del cinema italiano. Soprattutto per metterlo in grado di soddisfare molto di più e molto meglio la domanda di cultura cinematografica, quella reale e quella ancora latente, rintracciabile nel pubblico, o più precisamente, nei pubblici che, nelle loro diverse motivazioni, nelle loro diverse attese e infine nel loro insieme, costituiscono la dimensione sociale, cui qualsiasi politica cinematografica davvero votata alla crescita civile, all’interesse generale, deve fare prioritariamente riferimento.

Da queste premesse, dovrebbero conseguire, legislativamente e amministrativamente, opzioni e azioni capaci, appunto, di determinare le migliori precondizioni operative e, poi, di attivare gli strumenti più idonei a configurare una diversa realtà cinematografica nazionale, molto più aperta e dinamica dell’attuale, molto più in grado di fronteggiare i frequenti cambiamenti strutturali e tecnologici, e anche, in prospettiva, di diventare più competitiva sul piano interno e su quello internazionale, e tutto questo proprio in virtù della sua accresciuta qualificazione artistica e culturale.

Il SNCCI, che per propria natura è privo di connotazioni corporative ma è unicamente animato da ragioni socio-culturali, da oltre quarant’anni condivide e propone una linea di politica cinematografica come quella qui sopra accennata, sia pure in termini estremamente sintetici. Il nostro Sindacato ha sempre ritenuto che la nostra cinematografia, se abbandonata alla sola “legge del mercato”, è destinata, aldilà del normale andamento ciclico, a un perpetuo stato di crisi strutturale, e che, pertanto, occorrono dei correttivi decisamente incisivi, di cui deve necessariamente farsi carico lo Stato nelle sue varie articolazioni, appunto per individuare e mettere in gioco gli interventi più efficaci. Coerentemente, il nostro Sindacato ha sempre sollecitato, a volte ottenendo qualche parziale riscontro positivo, più frequentemente restando inascoltato,  la diretta presenza operativa della mano pubblica per svolgere una diversa funzione, al contempo integrativa e alternativa rispetto a quella svolta dall’industria privata. Per questi motivi, proponiamo, in modo particolare, che l’Istituto Luce – ridotto ormai a una società a responsabilità limitata con un capitale sociale irrisorio e dunque costretto a una marginalità -peraltro ancora utile, nonostante tutto- torni ad essere un ente pubblico (o una SpA) operante in tutti i settori dell’attività cinematografica (produzione, distribuzione, esercizio, archivio foto-cinematografico, promozione). Un ente pubblico molto potenziato nella sua dimensione operativa e quindi dotato di risorse finanziarie adeguate al migliore perseguimento dei nuovi compiti istituzionali che dovrebbero essergli assegnati sulla base dei principi che il DdL ha indicato. Riteniamo valida questa proposta sia che il LUCE resti un organismo autonomo, sia che venga assorbito, parzialmente o totalmente, dal CNC; in questo secondo caso devono essere previsti e ben precisati, a livello legislativo e statutario, finalità, funzioni, campi operativi, così come devono essere fissati i criteri di rappresentanza e le qualità (indipendenza, esperienza, competenza) di chi dovrà operarvi a livello direzionale.

Inoltre, e ancora in coerenza con quanto da sempre proposto, il SNCCI propone che venga finalmente avviato a soluzione – magari, anche in questo caso, tenendo conto, con i necessari distinguo, del modello francese – il problema, mai seriamente e organicamente affrontato, dei rapporti tra il Cinema e la Scuola, avendo cura, in primo luogo, di armonizzare le esigenze didattiche e la formazione culturale di cui il cinema può essere tramite nella Scuola stessa, oltre che nell’intera società. Considerata la delicatezza e la complessità di questo problema, sarebbe forse opportuno, prima di passare alla definitiva stesura legislativa, e quindi alla fissazione delle procedure d’applicazione della legge stessa, prevedere, possibilmente nello stesso DDL e proprio per evidenziare la volontà politica del legislatore, una breve fase di studio e approfondimento che veda coinvolti, assieme ai ministeri e agli altri organismi pubblici più direttamente interessati, altri interlocutori, ovvero altre competenze, al fine di raccogliere ulteriori contributi per l’individuazioni delle scelte operative più valide, più pertinenti alle specificità e del Cinema e della Scuola, oltre che delle loro correlazioni. Dovrebbe essere evidente che l’entrata del Cinema nella Scuola può, anzi, deve avvenire in modi differenziati: non solo per evitare il ripetersi degli errori fatti a suo tempo quando si volle portare la musica nella Scuola; ma anche e soprattutto perché la didattica cinematografica (l’educazione alla “lettura” dell’immagina audiovisiva, la conoscenza multipla della cultura filmica e delle sue implicazioni con il sociale) non è riducibile a un’unica tipologia: la didattica cinematografica più adatta a un liceo classico non è identica a quella più adatta a un liceo scientifico o a una scuola tecnica. D’altra parte occorre anche ricordare che la Scuola stessa può migliorare la propria offerta didattica, e così tenere il passo con le nuove esigenze formative emergenti nelle dinamiche sociali, soltanto se sa riconoscere come propria “materia” tutti quei nuovi linguaggi, quelle nuove forme di espressione artistico-culturali, quelle nuove fonti conoscitive che, quando sono bene finalizzate e bene utilizzate, possono contribuire allo sviluppo della coscienza critica dei singoli e della collettività, quindi a un rafforzamento della vita democratica.

Dovendo ora giungere a una (provvisoria) conclusione, affermiamo che tutte queste problematiche, così come diverse altre qui non esaminate, non debbano necessariamente trovare una definitiva sistemazione nel DDL in discussione; ma in esso dovrebbero, comunque, essere presupposte, appunto come parti costituenti di un progetto politico profondamente riformatore, tanto nell’impostazione teorica quanto nell’applicazione pratica.