Posizione del SNCCI sul progetto di legge di riordino del cinema

Il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) ribadisce l’urgente necessità di un nuovo provvedimento legislativo in materia di cinema, poiché non è pensabile che il settore possa continuare ad essere governato da una legge, espressione di una realtà ampiamente superata, che risale a più di 50 anni fa. Il SNCCI apprezza l’attenzione del governo sulla materia e l’importante lavoro svolto dalla Commissione Cultura del Senato che ha messo in luce una serie di nodi strategici non più rimandabili.

Tralasciando i numerosi aspetti positivi presenti nel ddl, primo tra tutti il riconoscimento della centralità della sala cinematografica, in questa sede intendiamo segnalare esclusivamente alcuni punti, che, al contrario, ci risultano poco convincenti. Il SNCCI ritiene che il nuovo provvedimento debba innanzitutto prevedere che i soggetti utilizzatori di film debbano intervenire negli investimenti produttivi. Per questo siamo assolutamente favorevoli all’introduzione di un prelievo di scopo da applicare a tutte le componenti economico-industriali: sala, televisione, home video, rete, provider e telefonia. Sono soprattutto le imprese più ricche che dovrebbero farsi carico di questo impegno, indipendentemente dal fatto che la sede legale o amministrativa delle suddette imprese sia ubicata o meno nel nostro paese. Per questo motivo, vorremmo che tale obbligo non fosse limitato alle sole imprese con sede in Italia; anche i gruppi multinazionali che operano nel nostro paese, pur senza averne sede legale, dovrebbero sottostare agli stessi obblighi previsti per gli altri soggetti imprenditoriali. Su questo specifico punto il ddl, pur prevedendo un sostanzioso aumento delle risorse pubbliche per il settore audiovisivo, con una soglia minima di 400 milioni di euro annui, più del doppio rispetto a quanto attualmente a disposizione, non prevede un prelievo aggiuntivo per i soggetti che beneficiano di proventi tramite il cinema, bensì la destinazione al settore cinema di una quota dell’Ires e dell’Iva versate dai broadcaster e dalle aziende del settore video e telefonico. Di fatto non sarebbero le imprese a sostenere il cinema, ma lo Stato, rinunciando ad una parte delle sue entrate.

Per ciò che riguarda le reti televisive vorremmo che agli obblighi di investimento corrispondessero anche precisi e vincolanti obblighi di programmazione di opere italiane e comunitarie, con particolare attenzione alla produzione recente e indipendente. Suddetti obblighi dovrebbero essere previsti per ogni fascia oraria, in modo da evitare, come spesso accaduto finora, che si raggiungessero le quote previste intasando la programmazione notturna, in particolare con film di un lontano passato. Solo in questo modo l’obbligo di programmazione accresce il valore dei film italiani recenti. Inoltre, per fare crescere le singole imprese è assolutamente necessario che la titolarità dei diritti resti ai produttori e non possa essere ceduta ai broadcast.

Per ciò che riguarda l’esercizio, in questo momento il settore in maggiore sofferenza e quello meno sostenuto da risorse pubbliche, pensiamo sia utile esentare da ICI e IMU, le sale  cinematografiche, i teatri e, più in generale, le sale di spettacolo in genere, specialmente se svolgono una funzione culturale e sociale.

Quanto alle modalità di consumo di film, è innegabile che le novità tecnologiche e un vero e proprio mutamento antropologico dei consumatori debbano spingere verso una maggiore liberalizzazione. Pur perfettamente consapevoli che la sala cinematografica tradizionale resta il luogo più valido per la visione filmica, e come tale deve continuare ad essere utilizzata e, quando necessario, salvaguardata, riteniamo che, soprattutto per i film che vengono distribuiti sul mercato con un numero esiguo di copie, si possa prevedere una contestuale uscita anche su altri mezzi. Se un’opera viene distribuita in 15/20 copie è evidente che solo un ristrettissimo numero di spettatori ha la concreta possibilità di visionarla.

Quanto all’assegnazione delle risorse previste dal ddl governativo appare del tutto sproporzionata la suddivisione fra automatismi e contributi selettivi. L’attuale ripartizione 85% da un lato, solo il 15% destinati a nuovi autori, esordi, opere sperimentali si traduce in un meccanismo che favorisce solo la produzione più commerciale, penalizzando le piccole e medie imprese, e, insieme, i film più innovativi sul piano espressivo, più caratterizzati dalla ricerca “linguistica”, più ricchi di valori critico-conoscitivi. La filosofia del nuovo provvedimento nasce dalla convinzione che la crescita industriale del settore favorirà la varietà delle tipologie produttive e il rinnovamento di generi e linguaggi. Ipotesi tutta da dimostrare e in ogni caso bisognosa di tempi quanto mai lunghi.

In qualche modo si ripropone la querelle già affrontata quando si è voluto giustificare la diminuzione dell’intervento diretto dello Stato nella produzione perché nel frattempo per le imprese venivano aumentate le possibilità di recuperare risorse tramite il meccanismo del tax credit. Il risultato stato è che le produzioni commercialmente più forti abbiano effettivamente goduto di maggiori benefici, ma, al contrario, il cinema più nuovo e difficile sia stato penalizzato, perché le aziende interne ed esterne al settore sono inevitabilmente portate ad investire su un film che ha potenzialità di incasso, piuttosto che sull’opera prima di un regista esordiente o comunque su un film destinato ad una programmazione di nicchia. Ma è proprio da questa produzione di qualità, sempre più spesso in bilico fra finzione e documentazione, che, come dimostrano molti esempi recenti, può emergere un autentico rinnovamento della cinematografia nazionale. In questo senso le formulazioni teoriche contenute nel ddl appaiono troppo legate ad un concetto di formati ampiamente superati.

Altri aspetti poco convincenti riguardano il riferimento al settore audiovisivo senza alcuna distinzione fra cinema, televisione, perfino videogiochi e il rischio in questo caso è che la maggior parte delle risorse e delle agevolazioni previste, finiscano poi per premiare soprattutto i comparti più forti a discapito del cinema. A ciò si aggiunga il fatto che il provvedimento affida la governance del settore ad un nuovo ente, denominato Consiglio Superiore, i cui membri, per nove decimi, sono di nomina governativa ed uno soltanto espressione delle categorie. Il rischio di un eccessivo controllo statale (governativo e burocratico) è indubbio.

Infine, segnaliamo l’assenza totale di provvedimenti finalizzati al rilancio del cinema pubblico (Istituto Luce e Cinecittà), che, se adeguatamente sostenuto sia finanziariamente che gestionalmente, può dare un contributo rilevante alla produzione e alla socializzazione di cultura filmica e audiovisiva, funzionando anche da volano  per l’intero settore.