L’Italia sulla Croisette

Sotto il nume tutelare di Marco Bellocchio, che con Marx può aspettare filma l’ennesimo titolo imperdibile della sua carriera, non brilla l’astro di Nanni Moretti, impegnato in un adattamento zoppicante con Tre piani, ma si distingue la pattuglia di giovani e giovanissimi, in particolar modo Jonas Carpignano, Laura Samani, e la coppia artistica composta da Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis.

Quando sono iniziati i titoli di coda di Tre piani in Salle Debussy, ed è partito qualche fischio (pur isolato), è parso quasi crollasse il mondo. Nanni Moretti fischiato a Cannes, il luogo in cui fin dai tempi di Caro diario ha trovato protezione, accoglienza, rispetto e – perché no – amore; un’immagine quasi impossibile a credersi. Ma l’adattamento del romanzo di Eshkol Nevo, con l’epurazione di Tel Aviv a favore del quartiere romano Prati, non ha convinto granché il pubblico composto da stampa e addetti ai lavori. Un film ingessato, scombinato, composto di parti che tra loro si parlano poco o pochissimo, quasi del tutto privo di vita, e di comprensione della vita stessa: l’Italia in concorso sulla Croisette non sembra avere grandi chance di portare a casa un riconoscimento, fosse anche minore o secondario, e la freddezza al termine della proiezione stampa in tal caso appare come una sentenza. Eppure il cinema italiano, che probabilmente troverà nella prossima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia uno spazio del tutto particolare – anche per venire incontro alle esigenze di una produzione che non ha visto le sue creazioni circolare l’anno scorso: si ipotizzano quattro o cinque titoli nel solo concorso, ed è una stima credibile – esce comunque dalla kermesse transalpina dimostrando un interessante stato di salute. Certo, basterebbe anche solo lo straordinario Marco Bellocchio di Marx può aspettare a giustificare entusiasmi: un raffinatissimo detour familiare, ricognizione sul dolore della perdita del fratello gemello su cui molta parte della filmografia del regista bobbiese si è concentrata nel corso del tempo. Un lavoro sulla memoria che è anche indagine dell’oggi, del cinema inteso come terapia perpetua, sublimazione di una vita e delle sue inevitabili pastoie. Bellocchio è uno dei grandi maestri europei viventi, e questo suo documentario, trentottesima regia in 56 anni di attività (comprendendo anche le regie televisive), ne è la splendida conferma.

Ma a sorprendere è in realtà il gruppo di giovani e giovanissimi che ha trovato spazio nelle cosiddette sezioni collaterali, vale a dire Quinzaine des réalisateurs e Semaine de la Critique. Nella prima, diretta dall’italiano Paolo Moretti, sono stati selezionati ben quattro film battenti bandiera tricolore, compreso Europa di Haider Rashid, regista fiorentino di origini irachene, un affascinante lavoro che restituisce con rigore e tensione il tragitto di un giovane immigrato in cerca di un futuro nel Vecchio Continente, in una lotta per la sopravvivenza senza sosta, che il giovane protaagonista ingaggia nella fitta e inospitale foresta bulgara in cerca di cibo, acqua, aiuto, e infine libertà. Ancor più sorprendente e stordente per la sua potenza espressiva si è dimostrato Re Granchio, prima incursione nel cinema di finzione tout court per Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, già autori tra gli altri del prezioso Il solengo, che qui viene ripreso all’interno del discorso sulla narrazione orale, e il suo senso. Re Granchio, sontuosa narrazione di un delitto e di una colpa da espiare ai confini del mondo, è un viaggio nel passato messo in scena con rigore formale e grande conoscenza del mezzo cinematografico, che arriva perfino a confrontarsi con la desolazione della Patagonia, alla ricerca di un tesoro forse impossibile da trovare. Non si può invece parlare di “sorpresa” né per A Chiara di Jonas Carpignano, che conclude la cosiddetta “trilogia di Gioia Tauro”, e ancor meno per Futura, in cui Pietro Marcello, Francesco Munzi, e Alice Rohrwacher, quasi fossero sulla scia del Pier Paolo Pasolini di Comizi d’amore, interrogano adolescenti in giro per l’Italia sull’idea che hanno del futuro, e di ciò che li aspetta nei prossimi anni: due lavori preziosi, limpidi, di grande purezza espressiva, indagatori ma pronti a nutrirsi del dubbio, in un discorso dialettico. Alla Semaine invece ha splenduto di luce propria Piccolo corpo, opera prima in cui Laura Samani ragiona sul lutto e la perdita, sulla morte dell’infanzia, e lo fa tornando indietro nel tempo di un secolo – come anche Rigo de Righi e Zoppis – e raccontando il miracolo, in una riflessione in cui il cinema è elemento portatore di vita. Un discorso di questi tempi di fondamentale importanza.