La critica cinematografica? Sempre più emarginata

Quando c'era Berlinguer, un film di Walter Veltroni

Dal collega Michele Anselmi, riceviamo la segnalazione di un episodio, che il SNCCI ritiene sintomatico di un preoccupante fenomeno, che tende ad emarginare sempre più l’esercizio della critica cinematografica.

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Caro Presidente SNCCI,

il caso è veniale, rivelatore forse solo di una piccola maleducazione “ad personam”, e tuttavia, a pensarci meglio, investe un problema più generale, questo sì davvero sgradevole. Ormai i distributori e gli uffici stampa dividono, con acribia degna di miglior causa, i giornalisti che contano, ritenuti di serie A, da quelli considerati, diciamo, di risulta, cioè peones di serie B. E tra questi ultimi molti – non tutti – critici.

Lunedì 17 marzo ho visto “Quando c’era di Berlinguer”alle 18, al cinema Quattro Fontane, per quella che mi era stata descritta come la proiezione stampa del documentario di Walter Veltroni sul segretario del Pci morto nel 1984. Troppo tardi per scriverne subito. Infatti alcuni happy few, giornalisti non solo esperti in politica ma anche qualche collega critico scelto con cura, l’avevano visto qualche ora prima, comodamente, in modo da poterne scriverne sui quotidiani di martedì mattina.

Non chiamiamola discriminazione, ma certo è un comportamento antipatico e irrispettoso, e sospetto che il tutto, più che a Veltroni, vada fatto risalire al distributore Valerio De Paolis e al produttore Carlo Degli Esposti. Qui sotto la mia letterina spedita per mail a Veltroni. Il quale, giovedì mattina 20 marzo, mi ha gentilmente telefonato per scusarsi, forse arrampicandosi un po’ sugli specchi a proposito della doppia proiezione che sarebbe nata dall’esigenza di distinguere i due punti di vista: quello politico e quello critico. Vabbè.

Ciao Michele Anselmi

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Caro Walter,

stamattina ti ho fatto avere per mail, spero ti siano arrivati tramite Federica  della Bim, alcuni pensierini affettuosi, scritti di getto, sul tuo “Quando c’era Berlinguer”. Mi riservavo di scriverne sul “Secolo XIX” più compiutamente e in forma recensiva. Ma ho visto – non si finisce mai di fare i conti con la maleducazione – che il film era già stato mostrato ad alcuni giornalisti scelti, ritenuti di serie A, e certamente prestigiosi, in modo da poterne scrivere su oggi: Paolo Guzzanti, Alberto Crespi, Aldo Cazzullo, Fulvia Caprara, Michele Serra, Massimo Gramellini e altri.

Noi peones di serie B l’abbiamo visto alle 18 di lunedì, troppo tardi per scriverne; e peraltro nessuno ci ha detto nulla dell’altra proiezione per vip. Trovo tutto questo offensivo e pure meschinello, anzi miserabile. Non so – non voglio saperlo – chi abbia deciso di escludermi dalla serie A, in ogni caso, gerarchie a parte (io mi sento di serie Z ormai), spero che la decisione provenga da Valerio De Paolis e Carlo Degli Esposti, non da te. Mi meraviglierebbe che provenisse da te, davvero.

L’aria fetida che tira nel Paese è il risultato, mi dispiace dirtelo Walter, anche di questi modi irriguardosi, scomposti e “amichevoli” di concepire la semplice promozione di un film, tanto più un documentario di questo tipo. Purtroppo non potrò più scrivere del tuo documentario, al Secolo XIX sono giustamente arrabbiati. Ma, al di là di questo, sono io ad essere sorpreso dal modo in cui la Bim, ma vale anche per altre distribuzioni, ha gestito la faccenda. Non dovrebbero esserci giornalisti di serie A e di serie B. Non si dovrebbe così umiliare la professionalità, o quel che ne resta, dei colleghi. Dei tuoi colleghi, caro Walter.

Ciao Michele

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Note del Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI

Il caso evidenziato da Michele Anselmi è purtroppo assai peggio di una piccola “maleducazione ad personam”, è l’ultimo episodio di un degrado culturale tutto italiano che riguarda l’informazione giornalistica nel suo insieme e, con particolare asprezza, l’esercizio della critica cinematografica. Sempre più spesso, infatti, le case di distribuzione e gli uffici stampa nel promuovere i loro film privilegiano, rispetto al parere del critico cinematografico, il “punto di vista” dello specialista di altre materie, di volta in volta l’editorialista politico, l’esperto ambientalista, il cronista di gossip più o meno brillante, la “firma” più o meno alla moda. Pochi sembrano preoccuparsi che, nello specifico, si dovrebbe partire dal film. La riflessione sul linguaggio, la qualità estetica, la forma del racconto è ritenuta problema del tutto secondario. Si preferisce la dissertazione dotta, la chiacchiera disinvolta, l’aneddotica quasi sempre autoreferenziale. E’ un fenomeno grave e, ripetiamo, tipicamente italiano, purtroppo divenuto abitudine, che riguarda sia le recensioni dei film, sia le cronache dai festival più importanti.

Un atteggiamento, quello delle distribuzioni, anche contraddittorio e miope. Contraddittorio perché le distribuzioni stesse si lamentano poi per il modo, a loro dire insufficiente e distratto, con il quale vengono trattati i film sulle pagine dello spettacolo. Miope perché in un momento in cui lo spazio riservato al cinema sui mezzi di informazione è sempre più a rischio e mal utilizzato, l’arma a disposizione sarebbe un’alleanza convinta tra tutti gli uomini del cinema (produttori, distributori, autori e critici) per assicurare la necessaria informazione al pubblico, ma anche una migliore formazione del gusto e una puntuale difesa della qualità.