Incontri della critica – Dopo Il Festival di Roma

Dopo gli incontri analoghi dedicati a Cannes e a Venezia, il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) ha organizzato un’iniziativa per discutere dell’edizione 2012 del Festival Internazionale del Film di Roma e del suo futuro. L’incontro, aperto al contributo di registi, sceneggiatori, autori, produttori, distributori che hanno partecipato al Festival, oltre che ai rappresentanti delle diverse categorie cinematografiche, si è svolto giovedì 22 novembre presso la Casa del Cinema di Villa Borghese. Ad esso sono stati invitati, e hanno partecipato, il presidente della Fondazione Cinema per Roma Paolo Ferrari, il direttore generale Lamberto Mancini e il direttore artistico del Festival Marco Muller.

Dopo una breve introduzione di Franco Montini, presidente del SNCCI, il quale ha parlato dei diversi Festival come  una sorta di “cartine di tornasole” della cinematografia internazionale, ha preso la parola Bruno Torri che ha analizzato la manifestazione romana da molteplici angolazioni, a partire da quella economica. “Se i criteri fossero solo economici – ha affermato – direi che il Festival deve continuare perché lo stato ha dei ritorni che superano, oggettivamente, il denaro investito.” Venendo al tema del cinema vero e proprio, Torri ha criticato l’eccesso quantitativo di film, soprattutto di quelli italiani, e ha invitato gli organizzatori del Festival a produrre, in futuro, anche materiali culturali.

E’ stata, poi, la volta di Claudio Giovannesi, regista di Alì ha gli occhi azzurri, Premio Speciale della Giuria al Festival 2012, il quale ha rilevato come, secondo lui, ci sia stata, rispetto alle edizioni precedenti, “una minore presenza della politica e una maggiore presenza del cinema”. E’, quindi intervenuta la co-sceneggiatrice di Paolo Franchi  che, a sorpresa, ha letto una lettera del regista del controverso E la chiamano estate, vincitore inatteso del premio per la migliore regia e per l’interpretazione femminile. Franchi ha ringraziato il Festival, il Direttore artistico e, soprattutto, la Giuria Internazionale. “Gli stranieri mi salvano sempre!” – ha commentato nella sua lettera, ricordando come sia avvenuto lo stesso con il suo primo film, La spettatrice (2004), scelto dal Tribeca e, solo dopo, visibile in Italia.

Per la categoria dei produttori, si è espresso Lucisano che, a nome dell’industria, ha ringraziato Marco Muller per il suo lavoro, giudicato positivamente, tenendo conto del poco tempo a disposizione. La parola è tornata ai critici con Piero Spila che ha riflettuto su come il Festival di Roma sia, da sempre, uno strano Festival, trattato in maniera pregiudiziale mentre chi ama davvero il cinema dovrebbe esser contento della presenza di più manifestazioni possibili. Spila, complessivamente in accordo con Torri, ha dissentito da lui per quanto riguarda le considerazioni sul cinema italiano. “Ad un Festival , mi aspetto proprio un film che rompe, che divide, anche se imperfetto… “ – ha detto. Inoltre, ha dichiarato di aver visto nella stampa un pregiudizio così negativo da essere portato ad esprimere la sua solidarietà anche se c’è, comunque, bisogno di un ripensamento del Festival e delle sue prospettive.

Fabio Ferzetti ha citato Brecht: “Devi stare un passo davanti al tuo pubblico, se lo vuoi guidare, non due, altrimenti lo perdi”. Per lui, è proprio questo il peccato originale che il Festival continua a scontare: essere nato sotto il segno dell’ambiguità, a metà tra festa e Festival. La conclusione è stata affidata, naturalmente, a Muller che ha esordito dicendo che il sapere e l’esperienza di chi, come lui, è stato nel cinema per venti o trenta anni, non basta, oggi, a motivare tanti giovani o giovanissimi. Per questo, nella squadra di selezione sono stati inseriti diversi trentenni: per capire cosa vuole chi ha quest’età. Per quanto concerne la quantità dei film, ha replicato che “un concorso con 15 film si può tranquillamente seguire!”. Ha parlato, infine, di CinemaXXI, di “quel cinema che non ha vergogna di sconfinare” e ha notato come della collaborazione con il Maxxi si sia discusso troppo poco. Poi, riassumendo un po’ tutti i temi trattati, ha concluso: “Bisogna trovare un’identità che, in parte, è già data. Ci deve essere, certamente, il momento popolare ma non possiamo rinunciare al cinema. Non dobbiamo mettere una barra né troppo alta né troppo bassa!”.