Il coraggio di una Palma

Sbeffeggiato dai più, il trionfo a Cannes di Titane appare quasi come una dichiarazione di intenti: attraverso esso Thierry Frémaux testimonia la sua vicinanza al “nuovo” cinema francese, ma anche alla necessaria apertura delle porte al genere.

In molti, moltissimi, hanno accolto la visione di Titane, opera seconda di Julia Ducournau, come si trattasse di uno scherzo di pessimo gusto: i più gentili hanno in ogni caso riscontrato come la sua presenza in concorso fosse puramente esornativa, del tutto inutile ai fini di una possibile corsa alla Palma d’Oro. Un brutto risveglio deve avere atteso questa pletora di persone, che infatti stanno gridando allo scandalo, alla truffa, anche per via della clamorosa gaffe del presidente di giuria Spike Lee – apparso abbastanza inadatto al ruolo – che ha inaugurato la serata di premiazione annunciando immediatamente l’ultimo premio. Ma la verità è che la presenza in concorso prima, e la vittoria finale come ciliegina sulla torta, di Titane sta a dimostrare proprio la volontà ferrea della direzione di Thierry Frémaux di intraprendere una strada e di proseguire imperterrita fino al raggiungimento del risultato, al superamento della linea del traguardo. Titane era il miglior film del concorso? No, decisamente no. Non era neanche il miglior film francese della competizione, a dirla tutta, visto che lo “superavano” sia France di Bruno Dumont (forse l’opera migliore vista in assoluto a Cannes quest’anno) che Annette di Leos Carax, e anche Les Olympiades di Jacques Audiard. Se si dovesse allargare lo sguardo anche alle altre sezioni, dalla Francia arrivavano anche il bel BAC Nord di Cédric Jimenez, ma soprattutto lo straordinario Serre moi fort di Mathieu Amalric, Tromperie di Arnaud Desplechin, Ouistreham di Emmanuel Carrère. Una concorrenza fitta.

Ma non è questo il punto. Con la vittoria di Titane Cannes non ha voluto, come in troppi hanno pensato e scritto, premiare il cinema francese sic et simpliciter. Fosse stato questo il desiderio si sarebbe potuto trovare un titolo meno divisivo, più in grado di trovare una larga convergenza (perfino il François Ozon di Tout s’est bien passé, a ben vedere, visto anche il tema). Invece la scelta di puntare su Julia Ducournau, sempre che non si voglia credere alla totale indipendenza delle giurie in queste occasioni – ma sarebbe necessario ricorrere a una scorta supplementare di naiveté –, testimonia con forza la volontà di Frémaux e del festival di riposizionare Cannes, e di farlo accogliendo nel gotha dei vincitori non un film transalpino in quanto tale, ma un rappresentante della “nuova” genia di registi. Non autori consolidati quali Dumont, Carax, Audiard, Ozon, ma una regista giovane, autrice di un solo film, e per di più dedita al genere, affascinata dalle contaminazioni, aperta alla messa in scena della carne, e del suo putridume. In questo modo Cannes apre le porte a un cinema che solitamente veniva relegato in sezioni collaterali, meglio ancora se fuori concorso (“ma è un film di mezzanotte!”, hanno obiettato in molti): un tentativo già compiuto, ma all’epoca andato a vuoto, quando nel 2018 in competizione trovò spazio Un couteau dans le cœur di Yann Gonzalez, e che ora trova la sua definitiva consacrazione. C’è chi storcerà il naso, ma questa vittoria potrebbe rappresentare una palingenesi del Festival, come fu all’epoca delle vittorie consecutive di Steven Soderbergh con Sesso, bugie e videotape e David Lynch con Cuore selvaggio, che di fatto inaugurarono la centralità del cinema statunitense indie o giù di lì nei due decenni successivi. Ora Frémaux volge lo sguardo al genere, e alla rappresentazione del corpo in un mondo in cui il gender sta diventando argomento sempre più centrale. Che tra dodici mesi sia tempo di ospitare in concorso Ari Aster?