Il cinema: quello che c’è, quello che sarà

Frame tratto da A Lullaby to the Sorrowfull Mistery, regia di Lav Diaz

La crisi non c’è ma si vede. La diffusione e la conoscenza del cinema, il moltiplicarsi dei pubblici, il costante aumento delle fonti di informazione, la facilità di accesso ai film, anche a quelli tradizionalmente ritenuti di più difficile reperibilità, pone una sfida forte agli operatori culturali e ai programmatori. Ciò che è in crisi, semmai, sono le forme tradizionali dell’industria (esercizio e distribuzione soprattutto), cosa avvertita con maggiore urgenza nel nostro paese dove il cinema che si vede nei festival internazionali fatica ancora a essere apprezzato al di fuori delle cerchie degli addetti ai lavori. Il risultato principale di questa parziale separazione della nostra industria dal resto delle dinamiche che investono il cinema contemporaneo è uno scarto di dimestichezza con i linguaggi che, per esempio, hanno investito il documentario negli ultimi anni o l’emergenza di giovani registi che ancora agli inizi degli anni Ottanta riuscivano a essere intercettati quasi in tempo reale da distribuzioni italiane (Giangi, Taurus…).

In questo senso la divaricazione fra addetti ai lavori (che magari frequentano regolarmente la piattaforma FestivalScope) e la distribuzione commerciale non potrebbe essere maggiore (considerato che nel frattempo sono scomparsi anche i circuiti alternativi). Tale separazione, purtroppo, favorisce l’affermarsi di una percezione erronea dello stato delle cose. Un gruppo di cinefili duri e puri (soprattutto i “festivalieri”), isolati autoreferenzialmente nel perimetro delle loro passioni incomunicabili verso l’esterno, che guardano dall’alto in basso e con disdegno al resto della filiera cinematografica. Non è un caso che, periodicamente, si levino voci che invocano “il fare sistema”, ossia integrare verticalmente e orizzontalmente le articolazioni della produzione e della distribuzione, per fare fronte efficacemente alla “crisi del cinema” (sotto-testo: la crisi del cinema è in buona parte dovuta ai cinefili duri e puri di cui sopra che non hanno il senso della realtà).

Nell’ipotesi di tale “fare sistema” i festival e i loro derivati diventerebbero, essenzialmente, un appendice promozionale dell’industria. Il luogo dove si testano sul pubblico i prodotti da lanciare sul mercato. Inevitabilmente, al termine di ogni festival, si levano le solite voci che, appunto, i “festival” non servono a niente (ossia: non convincono la gente ad andare al cinema). Non solo: i festival sono sovente posti sul bancone degli imputati. Che senso ha mettere in concorso a Berlino un film filippino di otto ore che nessuna distribuzione comprerà mai? Chi saranno mai quei programmatori narcisi che pur di assecondare le loro perversioni perdono di vista i sacrosanti bisogni del pubblico? Come si può essere così arroganti? Cosa che trova un corrispettivo solo nelle dichiarazioni aprioristiche di taluni “critici” che loro a un film di otto ore nemmeno ci si avvicinano perché “è contro il pubblico”. Poco conta se l’autore in questione, Lav Diaz, è uno dei maggiori registi in attività oggi. L’importante è fare sistema. D’accordo. Ma quale.

L’esigenza di fare sistema è la risposta verticistica nei confronti di un mondo che cambia e che continuerà a farlo. È assolutamente impensabile che l’industria audiovisiva trovi un punto di cristallizzazione e smetta di progredire e avanzare. Il moltiplicarsi dei piani e dei linguaggi e delle modalità di fruizione è in realtà contemporaneamente sia il nuovo principio d’individuazione dell’orizzonte delle mutazioni culturali, antropologiche e industriali che il suo fondamentale principio di libertà. Certo: non basta guardare in una sola direzione (non è mai bastato). Oggi, però, la multifocalità dello sguardo (chiamiamola così con una definizione che magari farà rabbrividire gli oftalmici, non è solo una necessità ma, semplicemente, la realtà.

Ecco perché la crisi non c’è ma si vede. L’agitarsi delle trasformazioni continue dell’immagine in movimento ci chiama in causa inarrestabilmente in quanto operatori culturali, critici, cinefili, programmatori, docenti, giornalisti. Siamo chiamati a operare in questa situazione e non in un’altra. Il terreno sotto i piedi e il cielo sopra la testa non cesseranno di muoversi solo perché non ne comprendiamo immediatamente il senso. Ed è dunque in questo muoversi che vanno ritrovate le strategie e le motivazioni di un ragionare sul cinema che deve necessariamente essere aperto e molteplice.

Lo spettro del filmico possibile è più ampio che mai. D’altronde non siamo forse calati nell’orizzonte di quello è ormai comunemente definito post-cinema? I festival, una finestra come la Settimana Internazionale della Critica di Venezia, possono e debbono essere i luoghi dove il cinema accetta le sfide del presente. Luoghi nei quali il cinema si (ri)mette in discussione e si ripensa.

Perché, parafrasando Ettore Scola, non dobbiamo dimenticare “lo specifico cinematografico”.