Franco Giraldi. Un cinema di frontiera

Franco Giraldi è davvero un uomo di frontiera. Nato a Comeno, oggi Komen in Slovenia, di madre carsolina di cultura slovena e di padre istriano di cultura italiana, il regista cresce tra San Daniele del Carso (oggi Štanjel), dove entra in contatto con la resistenza partigiana, e la lacerata Trieste del dopoguerra. Gli incontri dapprima con altri due triestini, Callisto Cosulich e Tullio Kezich, già critici affermati, e poi, a Roma, con Gillo Pontecorvo ed Elio Petri, lo porteranno allo “scavalcamento di campo”: dalle pagine de «l’Unità» alla regia cinematografica. La sua frontiera non è però solo geografico-culturale, ma anche cinematografica, perché Giraldi ha attraversato i confini di molti dei generi e passaggi cruciali della storia del cinema italiano. Dalla fiammeggiante stagione degli spaghetti-western, con 7 pistole per i Mac Gregor, Sugar Colt e 7 donne per i Mac Gregor (firmati, come si usava al tempo, con uno pseudonimo, Frank Grafield), a quella della commedia all’italiana con La bambolona, Cuori solitari e La supertestimone, fino alla stagione d’autore con La rosa rossa, Un anno di scuola, La giacca verde, e una serie di lavori documentari e di film televisivi per la Rai. E’ capace di adattarsi quindi al cinema di genere, d’autore e documentaristico mantenendo comunque una sua nota personale e aggiungendovi una raffinata cultura sia letteraria che musicale (e la qualità dei contributi del compositore Luis Bacalov, con il quale ha un lungo sodalizio, ne sono prova). Già negli spaghetti-western aveva dimostrato di sapersi allontanare dagli eccessi sanguinolenti e farseschi del genere per aggiungervi candore d’altri tempi e colta ironia. Poi il passaggio alla commedia con La bambolona segnato dalla mediazione del romanzo di Alba de Cèspedes, un incontro con la letteratura che Giraldi non abbandonerà più diventando quasi una sua cifra stilistica. Nel genere commedia, dominante nell’Italia del boom economico, lascia un segno grazie all’amarezza di fondo con cui descrive la partita amorosa tra uomo e donna: con un maschio che si crede libero dalle convenzioni sociali ed è invece prigioniero di antichi pregiudizi, e una donna (La supertestimone e Colpita da improvviso benessere, siamo nei primi anni Settanta) che tenta di emanciparsi economicamente ed affettivamente. Il ritorno all’Heimat triestino-slovena, meglio sarebbe dire mitteleuropea, produce una svolta radicale non solo nelle scelte dei soggetti, ma anche nelle forme di produzione grazie anche ad Arturo La Pegna che negli anni Settanta promuove un cinema di qualità per la Rai. Ed ecco La rosa rossa tratto dal romanzo del 1937 dello scrittore istriano Pier Antonio Quarantotti Gambini, ricostruzione del torpore di un piccolo mondo d’altri tempi, stretto tra i ricordi di Francesco Giuseppe e di un’Italia che si avvia al Fascismo. Poi Un anno di scuola dal racconto di Giani Stuparich, ritratto di una donna coraggiosa, capace di svelare tutte le piccole contraddizioni di una Trieste e di un Impero verso la catastrofe della Prima guerra mondiale. E La giacca verde che Mario Soldati giudicherà migliore del suo racconto, scontro tra un uomo senza qualità e la tronfia sicurezza di un uomo che si considera superiore.

Giraldi affronta anche Dostoevskij, ne Il lungo viaggio, Moravia, Gli ordini sono ordini, Conrad, Il corsaro, e, in uno dei suo ultimi lungometraggi per il cinema, La frontiera, le pagine di Franco Vegliani. Girato fra Croazia, Slovacchia e Italia, ambientato tra le linee fragili e inconsistenti che dividono l’esercito austro-ungarico da quello italiano, in una commistione di confini che si vanno sgretolando, La frontiera è il titolo che è quasi il marchio di un autore ecletticamente coerente.

SNCCI in collaborazione con Trieste Film Festival
19-29 marzo 2007
Videoteca Pasinetti – Venezia, Palazzo Carminati – tel.: 0415241320
Giorgione Movie d’Essai – Venezia, Cannaregio 4612 – tel.: 0415226298