Convegno SNCCI Prato – Cinema italiano del 2000, il Fantasma della Realtà?

Il panorama della produzione cinematografica italiana in questi ultimi cinque anni (68 film prodotti nel 2001, 96 nel 2002, 98 nel 2003, 98 nel 2004, 68 nel 2005, escluse le coproduzioni) è, a uno sguardo d’insieme, piuttosto deprimente. A leggerne e rivederne, tutti in una volta, titoli e trame, a ripensarne la consistenza e a notare quanti siano rimasti senza o con una scarsissima distribuzione, vengono in mente le vicende riprese recentemente da Mel Brooks in The Producers, dove si pianifica un fiasco teatrale a tavolino per fallire intascando i soldi degli investitori, nella fattispecie ignare vecchiette, più che altro interessate ai favori sessuali del produttore. Nel testo di Brooks lo spettacolo messo in scena è un musical politicamente scorretto sull’ascesa al potere di Hitler, destinato a trasformarsi naturalmente in un comico paradosso. Mentre i nostri titoli sono per lo più commedie intimiste, su coppie in crisi o su amori ostacolati che riescono, alla fine, a ricomporsi; oppure comode e spesso retoriche variazioni sui temi giovanilistici o sui confronti generazionali.

Accanto ai film collocati nel presente, non mancano quelli ambientati in un passato più o meno lontano, la cui interpretazione conduca in qualche modo ai nostri giorni, ma se si escludono casi come quelli del Benvenuti di Segreti di Stato, del Giordana di La meglio gioventù, del Bellocchio di Buongiorno notte, e magari dell’Olmi “storico” del Mestiere delle Armi, pochi riescono, non diciamo ad aggiornare l’impegno civile di un Rosi o di un Petri, o magari la satira di costume di un Germi, ma almeno a uscire dagli schemi della commedia d’amore o del tormentone psicologico, buoni per tutte le stagioni.
Impossibile a un certo punto non chiedersi: ma quale Paese raccontano i nostri film? Quanti di essi ne rappresentano in termini riconoscibili e credibili la realtà sociale, politica ed economica?
In un clima segnato ancora dalle recenti vicende elettorali, non si può non far cenno subito ad una lucida e insieme accorata eccezione. Il caimano, un franco confronto di Nanni Moretti ma non solo suo, visti i numerosi camei dei cineasti italiani, con il presente dell’Italia. Si parte dal ritratto di un uomo politico, e dai misteri relativi alla sua carriera, per descrivere uno spaccato della nostra società. Le mille difficoltà economiche di un produttore – e quanti, al giorno d’oggi, in ogni classe sociale, sono nella stessa difficoltà di arrivare a fine mese fra i debiti bancari e le spese di un’attività lavorativa da portare avanti? Il divorzio di due persone che ancora si vogliono bene ma che non riescono più a trovare il filo per amarsi. I bambini che assistono alla crisi del matrimonio dei genitori cercando quell’unico pezzo di Lego (giallo, piatto, da 12) che gli consentirebbe di costruire la propria astronave, il sogno irrealizzabile. La storia d’amore fra due donne che hanno scelto di avere un figlio grazie all’inseminazione artificiale praticata in Olanda. E poi tanti dettagli: la tenda costruita e subito cascata nella squallida camera di un residence, le ballerine seminude della televisione italiana, le televendite, la rivalutazione critica dei b-movies, il gelato biologico. La realtà entra nel film con la stessa violenza della ruspa che distrugge il muro del teatro di posa; e cancellando le false certezze (il set appunto, la finzione filmica) non toglie il desiderio di denunciare, di ribellarsi, di salvare il sogno di una democrazia; e poi un finale squisitamente cinematografico, che truffautianamente descrive le riprese di un film nel film, con lo stesso Moretti che veste i panni di un diabolico Berlusconi sullo sfondo apocalittico di un’Italia in cui l’ipotetica condanna dell’ex premier sancirebbe di fatto agli occhi dei suoi sostenitori un regime, quello della magistratura, contro cui essi si scaglierebbero con qualunque mezzo, pietrate e molotov incluse. A dire il vero, quella del Caimano, anche se la più esplicita, non è per fortuna l’unica eccezione. Ci sono altri film in cui contraddizioni e problematiche peculiari dell’attualità vengono in qualche modo affrontate.

Meritano una menzione particolare alcune pellicole che hanno indagato in maniera sistematica il mondo del lavoro. Mobbing – Mi piace lavorare di Francesca Comencini, Volevo solo dormirle addosso di Eugenio Cappuccio, Il posto dell’anima di Riccardo Milani, sono fra i titoli che meglio esprimono questa tendenza a non eludere la realtà, ma, anzi, a misurarsi con essa anche nei suoi risvolti più dolorosi.
Il ridimensionamento di una società o di una fabbrica, in un mondo sempre più informatizzato e globalizzato, che spinge al “Promoveatur ut amoveatur” di Mobbing, alla liquidazione-premio di Volevo solo dormirle addosso, alla cassa integrazione del Posto dell’anima. Stilisticamente molto diversi – il realismo drammatico della Comencini, quello liricheggiante di Milani, l’estetica patinata di Cappuccio – entrano nei problemi del mondo dell’impiego e della disoccupazione con quello spirito di indagine che ritroviamo, tanto per gettare uno sguardo anche fuori di casa nostra, in numerosi film francesi di questi stessi anni (dal Cantet di Risorse umane e A tempo pieno al Costa Gavras di Cacciatori di teste).

Un’altra tendenza significativa, e alla precedente strettamente correlata, è l’emergere di un disagio giovanile legato all’impossibilità della realizzazione professionale. La febbre di Alessandro D’Alatri è incentrato sui dubbi e le vicende di un ragazzo che, dopo mille sventure, rinuncia al posto fisso statale per realizzare il suo sogno di aprire un bar; ma simili aspirazioni emergono anche nei giovani personaggi diChe ne sarà di noi di Giovanni Veronesi o, prima ancora, di Santa Maradona di Marco Ponti, anche se qui il rispecchiamento sociologico è piuttosto blando e scontato, com’è proprio di certe stereotipate commedie generazionali.
Sogni e aspirazioni sono rappresentati al passo successivo, nel loro compiersi, in un altro film di D’Alatri, Casomai. Ovvero la Milano da bere di un pubblicitario e di una truccatrice che si innamorano, si sposano, hanno un figlio e si separano. Storie di tutti i giorni, tanto banali quanto esemplari, ritratto di una società schizofrenica e confusa, dove il progetto personale va in un senso e le abitudini di vita, le amicizie, gli status symbol in un altro. Così come schizofrenica è la realtà in cui si trova immersa la giovane protagonista di Caterina va in città di Paolo Virzì: tra campagna e metropoli, tra destra e sinistra, tra borghesi radicalchic e aristocratici parvenu. Una Roma, un’Italia, in cui le differenze sono solo formali e una tredicenne finisce presto per scoprire che gli opposti coincidono.
Fra i film che hanno incassato di più nelle sale italiane negli ultimi cinque anni, esclusi i Neri Parenti, i Benigni, gli Aldo Giovanni e Giacomo, i Pieraccioni, ci sono due autori che, a modo loro, hanno cercato di tratteggiare, da angolazioni insolite e intriganti, un quadro dell’Italia fra piccola e media borghesia: Ferzan Ozpetek e Gabriele Muccino.
Ozpetek si muove in un presente segnato dall’insoddisfazione nei confronti di un mondo che lascia poco spazio alla diversità e che genera incomunicabilità. Le fate ignoranti, affresco di una omosessualità vissuta in una gioiosa famiglia allargata nonostante pregiudizi e limiti imposti dalla società, La finestra di fronte, dove una casalinga vive tra il desiderio di aprire una pasticceria e la passione per il vicino di casa, e Cuore sacro in cui una giovane affascinante manager decide di donare tutte le sue energie e le sue ricchezze ai senzatetto. Gabriele Muccino, nell’Ultimo Bacio e in Ricordati di me, osserva con distaccato pessimismo e una discreta furberia formale le contraddizioni intrinseche al matrimonio, il mito della televisione, la paura di crescere e quella di invecchiare, la superficialità e l’ipocrisia di una certa classe borghese medio alta.
Da un simile ambiente sociale, ma su un piano ben superiore quanto a profondità di indagine e di contenuti, parte il Nanni Moretti dellaStanza del figlio, dove la terribile realtà della morte di un ragazzo sconvolge la vita della sua famiglia.
Le chiavi di casa di Gianni Amelio e Un silenzio particolare di Stefano Rulli, sono due titoli in cui padri coraggiosamente amorevoli sono costretti ad affrontare il dramma della disabilità mentale dei propri figli. Così come coraggiosa, e ancora più “vera”, è la scelta di questi registi di fare recitare giovani realmente disabili. Il caso di Rulli è persino più significativo, in quanto reale messa in scena di se stesso e di suo figlio. Giovani protagonisti alle prese con la scoperta dell’indifferenza e della cattiveria della società contemporanea in Quando sei nato non puoi più nasconderti di Marco Tullio Giordana e in Saimir di Francesco Munzi. Il traffico di clandestini sulle coste italiane e la prostituzione delle giovani arrivate sono visti attraverso gli occhi di ragazzini che vi si oppongono con le loro acerbe forze. E giovani di fronte agli eventi eccezionali del contestatissimo G8 di Genova, il summit delle grandi potenze mondiali contro cui si sono schierati centinaia di migliaia di ragazzi da tutto il mondo, sono quelli di Ora o mai più di Lucio Pellegrini, i quali, più o meno consapevoli delle loro azioni, dalla Toscana si muovono alla volta della Liguria per manifestare contro la globalizzazione e si ritrovano prigionieri delle forze dell’ordine. Ancora di più sono quelli dei tanti documentari su quei giorni roventi del luglio 2001, fra cui citiamo Carlo Giuliani ragazzo di Francesca Comencini, e i lavori collettivi di Un mondo diverso è possibile coordinato da Francesco Maselli e Genova per noi. Ma qui entriamo in un campo specifico, quello del documentario appunto, che meriterebbe un discorso a parte.

Tornando alla fiction, non si può non tenere conto del fatto che l’Italia è un Paese lungo 1300 km e le diversità etno-sociali, economiche, culturali, linguistiche, ma anche climatiche e paesaggistiche, emergono nella rappresentazione di una realtà nazionale. E’ dunque interessante il rispecchiamento di questa varietà in quegli autori che hanno fatto della regione nativa la location privilegiata in cui svolgere le storie dei loro film. Vicende che parlano di tradizioni antichissime: la Puglia di Sergio Rubini (L’anima gemella, L’amore ritorna, La terra) e il Salento di Edoardo Winspeare (Pizzicata, Sangue vivo, Il miracolo); vicende che cercano una loro coerenza anche nell’uso stretto del dialetto, così come il napoletano sottotitolato di Pater familias di Francesco Patierno; vicende che, in maniere diverse, toccano realtà problematiche: le coste e le strade napoletane di Tornando a Casa e di Vento di terra di Vincenzo Marra, i quartieri operai torinesi del Daniele Gaglianone di Nemmeno il destino, le periferie uggiose e irrequiete della provincia di Alessandria in Texasdell’esordiente Fausto Paravidino.
Inevitabilmente, anche se talvolta con qualche caduta nel pittoresco, affiora in più di un film il problema della mafia: nascosta nell’impersonale albergo svizzero delle Conseguenze dell’amore di Paolo Sorrentino, crudele nel rovinare l’adolescenza di Certi bambinidei Fratelli Frazzi, implacabile nella vendetta di Mio cognato di Alessandro Piva, sotterranea e disturbante nei loschi affari dell’Imbalsamatore di Matteo Garrone, diffusa come norma di vita in Angela di Roberta Torre.
Ma al di là di tematiche e ambientazioni, ciò che in tanto cinema italiano di oggi contribuisce a mantenere un filtro tra realtà e finzione, è anche l’incapacità di trovare un linguaggio drammaturgicamente credibile. La difficoltà di tradurre l’incisività e l’immediatezza del parlato riverbera in frasi fratte, dialoghi tautologici, monologhi ridicoli e turpiloqui gratuiti. Lo stesso avviene nella costruzione narrativa. Perché un film come Notte prima degli esami di Fausto Brizzi ha sbancato i botteghini? Perché ogni spettatore ha, almeno una volta nella vita, affrontato un esame e ama vedere rappresentato sul grande schermo uno spicchio di realtà in cui ritrovarsi. E il film di Brizzi, da questo punto di vista, lo stuzzica già nella scelta del titolo, anche se poi ricorre a schemi narrativi collaudati e a soluzioni di comodo.
Concludendo, quanto della realtà odierna del nostro Paese trova spazio nei fotogrammi e nelle colonne sonore dei film che vi si producono? E come eventualmente essa vi viene rappresentata? Nell’abbreviato percorso racchiuso nel nostro giro d’orizzonte qualche risposta, sia pure sintetica, l’abbiamo data. Ma molte altre ne solleciterebbe una realtà così contraddittoria, tra sprechi e indigenze, com’è quella italiana degli anni Duemila. Perché tanti sono gli aspetti del nostro vivere quotidiano, nelle speranze e nelle conflittualità, che il cinema generalmente elude oppure aggira riportandosi a un passato più o meno prossimo. Il già citato Notte prima degli esami, se rapportato alla complessità della situazione della scuola di oggi, è indicativo. E, ancora, cosa il cinema dice di problemi come quello della casa, con tutte le difficoltà dei giovani a procurarsene una, oppure dei guasti all’ambiente, o del caos dei trasporti? Un tema che esso affronta frequentemente, in effetti, c’è: la crisi della famiglia. Ma come? Con la più comoda delle scorciatoie – lui, lei e l’altro, o viceversa – mentre il problema è ben più complesso, incrociando una somma di motivi, non ultimi quelli economici.
Se nessuno, beninteso, si augura un cinema trasformato in “cahier des doléances”, più che legittimo risulta l’auspicio di un cinema capace di misurarsi, nel bene e nel male, con la verità della vita, e nel quale potersi dunque riconoscere a pieno titolo.