Cinecritica n. 102/103 – L’editoriale

Tutto cambia? Per farlo occorrono intese, questo il titolo dell’editoriale che il Presidente di SNCCI Franco Montini ha redatto per il numero 102/103 della rivista cartacea Cinecritica, che si interroga e interroga il mondo del cinema sui cambiamenti in atto a seguito della pandemia. Lo riportiamo integralmente.

Todo cambia, la canzone eseguita da Mercedes Sosa ed utilizzata da Nanni Moretti in Habemus papam, si presta benissimo ad essere la colonna sonora dei giorni che abbiamo vissuto e che ancora stiamo vivendo. Quante volte abbiamo sentito ripetere, e noi stessi abbiamo ripetuto, che l’emergenza Covid 19, anche una volta superata e risolta, ci avrebbe comunque inevitabilmente costretto a cambiare modo di vivere e mutare abitudini e costumi.

Tutto cambia e deve cambiare anche nel cinema. La lunga chiusura delle sale cinematografiche suggerisce implicitamente una domanda: vincerà la voglia di tornare sotto il grande schermo o si è ormai consolidata l’abitudine alla comodità della visione domestica? I primi segnali sono interlocutori, perché, a partire dalla fine dello scorso aprile, quando la programmazione è ripresa, la risposta del pubblico è stata obiettivamente modesta. Hanno subito risposto entusiasticamente alla riapertura delle sale i cinephiles, ma nel periodo più lungo il risultato è stato inferiore alle attese. Un esito determinato solo dalla mancanza di titoli di immediato richiamo? Dai timori dalle preoccupazioni di contagio non ancora del tutto superate, anche se è stato dimostrato che i cinema sono i luoghi più sicuri e protetti dal punto di vista sanitario? Dalla concorrenza delle arene, perché è tradizione che, a dispetto di comodità e aria condizionata, gli italiani non amano rinchiudersi in sala nei mesi più caldi? Tutti questi aspetti hanno indubbiamente influito e una risposta definitiva, una vera, autentica ripresa si potrà monitorare solo dopo la Mostra di Venezia, appuntamento determinante per il rilancio del settore.

Una cosa è certa: c’è la necessità di individuare un nuovo modello di business che consenta il miglior sfruttamento possibile dei film in tutti i settori della filiera e venga incontro alle richieste e alle esigenze dei diversi segmenti di pubblico. Da qui l’urgenza di individuare regole precise, che valgano per tutti, evitando la confusione che si è determinata negli ultimi mesi, trasformando la concorrenza fra sala e piattaforme in collaborazione. La rete deve essere un’opportunità in più non una penalizzazione, come ha dimostrato l’esperienza dei festival. Quando rassegne e kermesse sono state obbligate a svolgersi da remoto si è perso il piacere e l’emozione dello svolgimento dal vivo, ma si sono guadagnati spettatori, che non avendo la possibilità di seguire il festival in presenza lo hanno seguito sulla rete. Così diverse piccole manifestazioni hanno visto crescere il proprio pubblico e per il futuro, recuperando lo svolgimento in presenza, ed è probabile che molte manifestazioni non rinunceranno ad una programmazione anche in rete.

Per ciò che riguarda il rapporto fra sale e piattaforma, il nodo, meglio lo scoglio principale, resta la definizione delle windows: già nel periodo prepandemico alcuni titoli delle major venivano dirottati direttamente sulle piattaforme, impoverendo l’esercizio e defraudandolo di prodotto adatto al consumo su grande schermo. Da questo punto di vista, nell’ultimo anno e mezzo si è registrata un’accelerazione violenta, che ha stravolto gli schemi tradizionali. Di volta in volta, singole società di distribuzione hanno scelto soluzioni diverse: in alcuni casi affidandosi esclusivamente alla piattaforma, in altri proponendo una doppia distribuzione in contemporanea, a volte con sovraprezzo sugli abituali abbonamenti, a volte no. Per lo spettatore è stato obiettivamente difficile individuare i vari percorsi dei film.

Tutto ciò dovrebbe essere chiarito, in accordo fra le categorie e in tempi brevi, in modo che, a partire da autunno, non vi siano differenze nelle modalità di proposta al pubblico. La soluzione potrebbe essere quella di immaginare una window di 60 giorni per homevideo pvod e tvod e di 90 giorni per le pay tv. Tuttavia, all’interno di questo schema, si potrebbero anche individuare ulteriori meccanismi, prevedendo che i suddetti tempi potrebbero diminuire o allungarsi in relazione all’incasso sala conseguito da ciascun film ed individuando in proposito precisi parametri. È chiaro che questo modello di business debba prevedere anche una revisione delle quote di noleggio a carico degli esercenti: se le windows si accorciano, devono conseguentemente diminuire anche i tassi di noleggio, per garantire nuove condizioni economiche in grado di salvaguardare la redditività delle sale.

Finora nei rapporti fra le categorie e all’interno delle stesse, nel cinema italiano in particolare, ha sempre prevalso la legge del più forte: per rilanciare il settore è invece necessario offrire a tutti i soggetti sufficienti garanzie di visibilità. Un’esigenza ancor più pressante nel periodo che sta per cominciare, perché, a causa del lungo lockdown, nei primi mesi autunnali sarà inevitabile un sopraffollamento di titoli con il pericolo di una drammatica cannibalizzazione, favorito anche dalla inconsueta vicinanza di grandi festival: Cannes, Locarno, Venezia. Anche per questo sarebbe venuto utile selezionare i film, distinguendo fra quelli che, per caratteristiche non solo spettacolari, ma anche artistiche e contenutistiche, meritano la visione su grande schermo e quelli, che, senza sentirsi defraudati, possono essere consumati direttamente in rete o su altri mezzi. L’esperienza di questi mesi ha dimostrato che alcuni piccoli film, penso a Tensione superficiale di Giovanni Aloi o Quasi Natale di Francesco Lagi, approdati direttamente sulle piattaforme perché le sale erano sigillate, hanno goduto di una visibilità che, benché limitata, è stata comunque superiore a ciò che presumibilmente avrebbero ottenuto da una distribuzione classica. In alcuni casi, ma limitatamente ed esclusivamente ai film che vengono distribuiti con un numero limitato di copie, si potrebbe anche ipotizzare una doppia uscita in contemporanea.

L’auspicio è che questa autoregolamentazione si possa stabilire attraverso un accordo fra le categorie, ma se così non fosse, il Ministero della Cultura dovrebbe avvertire il dovere di intervenire. Il ministro Franceschini lo ha già fatto nei mesi scorsi, offrendo ai produttori italiani la possibilità di beneficiare dei vari contributi ministeriali, anche per i film approdati direttamente sulle piattaforme. Qualcuno, evidentemente preoccupato che la norma potesse successivamente trovare ostacoli, ha comunque distribuito, in silenzio e in incognito, il proprio film in sala e così è nato l’incidente legato a Si vive una volta sola di Verdone. Ma se il ministero è intervenuto nel periodo pandemico per garantire la sopravvivenza, tanto più dovrebbe intervenire per rilanciare il settore.