Blue in the face, ovvero This is not a film (critic).

John Belushi in The Blues Brothers, regia di John Landis (1980)

In onore di due anime non pacificate, Jan Němec e Andrzej Żuławski.

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Parto da Jafar Panahi, e dal suo This is not a film. So che è paradossale partire da qualcosa che fin dal titolo è un “non-film”, ma le ultime opere del regista iraniano rappresentano molto di ciò che sostanzia l’arte cinematografica che amo, e sono un complemento sofferto e perfetto di ciò che invece animava i suoi primi lavori, quelli non (particolarmente) ostacolati dalla censura iraniana. La mia domanda un po’ ingenua è: ma This is not a film è un bel film? Panahi che vagabonda nel suo appartamento e si fa riprendere con mezzi di fortuna mentre cerca di far resuscitare una sua sceneggiatura censurata, Panahi che ci informa passo passo delle sue tristi vicende giudiziarie, ma anche un Panahi in fondo fallimentare che è costretto a parlare un film senza riuscire un granché a mostrarcelo, sono una cosa che vale la pena di vedere? Per la quale merita lottare, difendendola di fronte a un pubblico (in un ipotetico dibattito da cineforum), difendendola di fronte ai colleghi programmatori (nella Commissione della SIC, per esempio), e soprattutto difendendola di fronte ai regimi oscurantisti che come in questo caso sono proprio il motivo della sua atipicità artistica?

Ma ovviamente il quesito non si pone solo per il meraviglioso e ancora sorprendente cinema iraniano. A briglia sciolta ricorderò qui alcuni altri casi politici degli ultimi anni che mi stanno a cuore e per i quali penso valga la pena mettersi in gioco, anche a rischio di crociate un po’ donchisciottesche: penso all’altro iraniano Keywan Karimi o all’ucraino Oleg Sencov, entrambi imprigionati per motivi che non sono meramente artistici, ma toccano questioni politiche. Ma cinema politico è per me anche e soprattutto quello che per dirompenza e attualità raggiunge e supera persino il cosiddetto, amatissimo “cinema del reale”, mischiando spavaldamente registrazione e scrittura/costruzione di situazioni: The Act of Killing e The Look of Silence di Oppenheimer, il Gianfranco Rosi pervicace e nell’ultima kermesse berlinese anche un po’ temerario, o il russo Vitalij Manskij che osa ingannare il regime nord-coreano con riprese rubate di nascosto per sbugiardare la sua messinscena totalitaria (il sorprendente Under the Sun), o ancora la senegalese Rama Thiaw, vista sempre alla Berlinale 2016 con The Revolution Won’t Be Televised, dove la musica svolge il suo sacrosanto dovere anti-istituzionale. Ma (sempre a briglia sciolta…) cinema politico in senso lato è anche Timbuktu di Sissako, o certo cinema sudamericano, cinese e mediorientale che purtroppo vediamo per lo più solo ai festival…, insomma quello per cui l’autore rischia in prima persona, dal carcere alla carriera alla rovina degli affetti personali. Quello per cui (come avrebbe detto Václav Havel) l’autore esce dalla comodità della propria “tana della pura sussistenza materiale” e normalizzata.

Leviathan, regia di Andrej Zvjagincev (2014)

Di Karimi e della sua connazionale Mahnaz Mohammadi conosco poco, di Sencov posso dire che il suo unico lungometraggio (Gamer) non è certo un capolavoro, di Oppenheimer, Sissako, Manskij e compagnia si può affermare che non sono proprio notissimi al grande pubblico. Dunque l’incidenza, il ritorno mediatico, l’aspetto “cashable” sarà evidentemente basso, periferico, a volte pressoché inesistente. Con questo cinema, insomma, di soldi se ne fanno pochini, ma qualcuno dovrà pur ricordarsi delle minoranze, delle periferie, delle realtà piccole e scomode, e dar loro voce. Lasceremo ad altri (o più che altro lascerò a se stessi) i film che catalogherei invece sotto l’etichetta di “cinema dell’irrealtà”. E qui mi si perdoni, davvero, un volo pindarico di palo in frasca. Ogni tanto, giusto per smuovere le acque, mi piace impelagarmi in certe “campagne” da vecchio babbione snob: ricordo con perfida goduria quella contro Avatar (definirlo “film dell’anno” mi sembrò eccessivo da parte di alcuni colleghi) o Star Wars (saga di cui mi pregio di non sapere a che capitolo sia arrivata), o ancora quella contro Ozpetek (non gli perdonavo certi vezzi e l’aver usato malissimo due attori che amo, la Bobulova e Mastandrea, ma un paio di suoi film mi piacciono…). Ma, appunto, è proprio per questi ultimi oggetti che ritengo possa invece valere il titolo di Panahi da cui ho preso le mosse: These are not films, bensì prodotti. Ma il problema non sta nel cinema di genere di per sé o nel dispendio finanziario, né tanto meno nell’accessibilità a un pubblico medio (esempio recente: il mitopoietico, inaspettato Lo chiamavano Jeeg Robot smentisce ogni schema). Prodotti incellofanati e spesso pacificati e inerti sono anche le smorte e comode trasposizioni su schermo di opere letterarie, tanto peggio se in costume, ancor peggio se girate alla Ivory (o da Ivory…). Permettetemi poi una nota a parte, dovuta alla deformazione professionale da slavista: ricordo invece ancora con affetto le ekranizacii dalla letteratura russa di Nikita Michalkov, che poi però a un certo punto ha come venduto l’anima al diavolo e ora il cinema politico lo fa eccome, ma al contrario, ovvero al servizio dei poteri forti e a sostegno di una mitologia populista e fasulla. Nella grande Russia quello più recente dell’un tempo amato Nikita è l’inverso funzionale del cinema coraggioso di un Andrej Zvjagincev (Leviathan), di uno Jurij Bykov (Durak/The Fool) e di tanti documentaristi, che invece le dinamiche narcotizzanti e rassicuranti del potere le denunciano. In casi simili lotterò a lancia in resta (sempre donchisciottescamente, per carità, e magari destinato alla sconfitta) perché simili film “irreali”, paludati, rassicuranti, servizievoli, non abbiano cittadinanza nella SIC, fossero anche dei conclamati capolavori dal punto di vista formale, o opere pionieristiche in 4 o 5D…

Al di là dell’ironica provocazione, insomma: io alla SIC non vorrei vedere dei “prodotti”. Vorrei invece cose anche imperfette, oggetti non necessariamente ben identificabili, al limite anche “non-film” incerti e immaturi, out-takes o rough-cuts miracolosamente contrabbandati attraverso le mille frontiere e i muri che purtroppo anche l’Europa negli ultimi anni sta rialzando (novelli Karimi, Sencov, Oppenheimer, Thiaw, Zhao Liang: siete sempre ben accetti!), ma che puzzino di essere umano e di terra, di cuori e di cervelli, di mito e di storia, di spazio e di tempo. Un po’ come il cinema di un essere umano sorridente che non dimenticheremo facilmente, Corso Salani, o come le dolci peregrinazioni di un Vittorio De Seta: film imperfetti, se volete, a volte anche “grezzi” nella loro immediatezza. Ma grezzi come solo l’oro può esser grezzo: se ti sporchi le mani e li lavori con pazienza, magari non ne uscirà un gioiello adatto ai nostri onanismi da critici, ma fra 100 anni i nostri posteri ne saranno ancora felicemente provocati e interrogati, perché avranno qualcosa da insegnare loro sul nostro conto.

E così spiego anche lo strano titolo che ho dato a queste righe: per formazione e indole stento a definirmi un critico cinematografico tout court. Certo, le mie visioni ragionate, i miei studi, i miei maestri alle spalle li ho eccome, ma mi ritengo sempre in prevalenza un insegnante (o piuttosto un professorino di provincia, un maestruccio un po’ noioso, un predicatorello trombone e un po’ logorroico, fino a diventare blue in the face, afono per il troppo parlare, come sottintende il detto inglese, e anche un pochino incavolato se non mi ascoltano…). Una faccia blu da chiacchierone che nella ritrita diatriba fra forma e contenuto tende con certo anti-moderno tradizionalismo a privilegiare e “premiare” il secondo. Lo so, lo so, è per lo meno dai tempi delle scuole filologiche degli anni Venti, per non parlare poi dei vari strutturalismi che sono seguiti, che non ha più molto senso contrapporre (giusto per fare un esempio attualizzante) i “contenuti” umanistici del cinema iraniano alle “forme” cromatiche e immaginifiche di un Avatar. Perché, al di là delle mie idiosincrasie, è ben chiaro ed evidente che anche Cameron e Lucas hanno dei contenuti tutt’altro che scontati da comunicare e sono uomini di cinema con i controfiocchi; e che sull’altro versante anche lo zigzagare dei personaggi di Kiarostami in campo lungo, le corse metacinematografiche in motocicletta di Makhmalbaf, le scalate con lavagne in spalla di sua figlia Samira, il girovagare per Teheran del taxi guidato da Panahi sono linee, movimenti, dunque forme, e della qualità più sopraffina. Ma in questi ultimi, credo, tali procedimenti e movimenti formali si fanno anche naturalmente contenuto, senza forzature, con la stessa naturalezza con cui un “baco fa la seta”, senza che questi registi si alienino e diventino necessariamente “lavoratori produttivi” – [Abbasso per un attimo la mia maschera da snob terzomondista: i primi Terminator, i primi Star Wars, il primissimo Matrix o ancora la possente trilogia dell’anello di Jackson mi hanno entusiasmato e non poco, ma ai “creatori di mondi” ormai preferisco quanti cercano di illuminarmi gli angoli sporchi e nascosti del mio, di mondo] – E se dunque ci sarà da scegliere, se ci sarà da lottare (aspettiamocelo e speriamolo, a tutto vantaggio di una selezione tanto più valida e di qualità), allora da piccolo “insegnante di campagna” (per citare un film del ceco Bohdan Sláma che consiglio di recuperare) io lotterò per l’“iranianità” e la “salanità” del cinema, che tutto sommato sono figlie primogenite della per me imprescindibile, fondante rossellinità della settima arte.

Detto questo, cari amici, continuate pure a guardarvi tutti i “film blu” che volete, che siano sequel di Cameron o dei puffi (anche se io preferisco di gran lunga Kieślowski), ma in conclusione confesserò a mia parzialissima discolpa che, sebbene io sia un tipo noiosetto e cacasentenze, per me IL film per antonomasia, quello da portare sull’isola deserta, da spedire negli spazi siderali con la sonda Voyager, l’opera didattica e propagatrice di “valori positivi”, insomma il film preferito e perfetto, ha comunque a che fare con quel colore: è The Blues Brothers.

Ecco, sì, lo confesso: nei prossimi tre anni io per la SIC cercherò un ThBlues Brothers iraniano. Giona, Beatrice, Luigi, Alberto, aiutatemi a trovarlo.