Convegno “A proposito di Cannes” – Cinema italiano: divaricazione e separatezza

Pubblichiamo una riflessione critica di Piero Spila, vice presidente SNCCI, scaturita dall’incontro organizzato dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani presso la Casa del Cinema di Roma


L’incontro “A proposito di Cannes” organizzato dal Sncci (Roma, Casa del Cinema, 3 giugno) ha offerto un’utile occasione per riflettere e discutere sull’ultima edizione del Festival di Cannes, unanimemente riconosciuta come una delle migliori degli ultimi anni, forse con poche sorprese ma con importanti conferme da parte di autori come Kechiche, i fratelli Coen, Alexander Payne e altri. Un’edizione che però ha consentito anche un’ulteriore riflessione sullo stato attuale della nostra cinematografia. Uno stato disperante. Ci sono, secondo me, due “casi” che, sia pure con diverse motivazioni, possono giustificare il giudizio: il caso Salvo, il bel film di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, e il caso La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Salvo è stata forse una delle poche autentiche sorprese del festival: film originale per stile e racconto, forte, coinvolgente, tutto giocato sulla contaminazione dei generi e sulla dialettica campo/fuori campo, davvero una bella prova di regia e scrittura, e anche di sapienza e caparbietà produttiva. Nel corso dell’incontro, infatti, i produttori hanno giustamente ricordato la via crucis da loro sopportata per “montare” il film (più di quattro anni) e hanno sottolineato la novità della “coproduzione creativa” che ha permesso alla fine la realizzazione del film, perché i partner stranieri intervenuti hanno portato non solo contributi economici, ma anche tecnici ed espressivi. Il caso disperante è che per realizzare un film come questo (ottimo soggetto, basso budget, coproduzione straniera già disponibile e partecipe all’iniziativa) ci sono voluti quattro anni, e lunghe esasperanti richieste, per trovare un contributo economico italiano (suppongo minimo), e ci sono poi voluti i premi e i riconoscimenti di Cannes (Gran Premio alla Semaine de la critique e Prix Révélation) per riuscire finalmente a trovare un distributore nazionale. Questo è lo stato del nostro cinema.

L’altro caso, per me ancora più significativo, riguarda La grande bellezza di Sorrentino. Si tratta sicuramente di un film importante, Paolo Sorrentino è uno dei più autorevoli e apprezzati esponenti dell’attuale cinema italiano. Insomma un progetto legittimato, ambizioso e atteso per impegno economico e per intenzioni autoriali (una Dolce vita 50 anni dopo, un Satyricon  alle prese con l’eterno degrado di Roma e del nostro paese), addirittura un “film di svolta” come è stato definito sempre nel corso del convegno. Eppure a Cannes una giuria autorevolissima, con un presidente come Steven Spielberg (autore prestigioso e raffinato cinéphile), e come membri i registi Ang Lee, Kawase e Ramsay, ha completamente ignorato il film. Come se non fosse stato visto. Certo, non bisogna essere provinciali nell’attardarsi più di tanto a rilevare certe cose, ma Sorrentino invece di prendersela con la critica italiana forse dovrebbe riflettere sul perché La grande bellezza non sia piaciuto a Spielberg. Personalmente qualche idea io ce l’avrei ma non è qui lo spazio per approfondire criticamente il discorso sul film (altri colleghi lo hanno fatto in questo stesso sito), ma sento necessario però segnalare un pericolo. Che all’evidente separatezza esistente, a livello di sistema produttivo e normativo, tra il nostro cinema e quello altrui, vada ad aggiungersi anche una divaricazione, questa sì molto più pericolosa, estetica ed espressiva.