28.SIC Film a sorpresa – Shuiyin Jie (Trap Street) di Vivian Qu

La 28. Settimana Internazionale della Critica è lieta di annunciare il settimo film in concorso, la cui proiezione ufficiale è in programma domenica 1 settembre. Al centro di Shuiyin Jie (Trap Street) della regista cinese Vivian Qu l’esperienza kafkiana del giovane Li Qiuming, apprendista in una compagnia di impianti di sicurezza e mappature digitali, che si innamora di una misteriosa donna incontrata per caso. Proprio la ricerca della ragazza, che lavora in un laboratorio segreto, lo fa precipitare nei meandri della burocrazia e del controllo statale.

Con sguardo raffinato e una messa in scena consapevole, Vivian Qu esordisce con un lavoro di notevole tensione filmica e sociale, disegnando un ritratto della Cina contemporanea e, più estesamente, di un mondo dominato dall’ossessione del controllo.

Anche Shuiyin Jie, come gli altri film del concorso SIC, concorre al Premio del pubblico RaroVideo – 28. Settimana Internazionale della critica di Venezia del valore di 5.000 Euro. Concorre inoltre al Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis”, insieme a tutti gli altri lungometraggi d’esordio presenti nelle sezioni competitive della Mostra, con a 100.000 USD messi a disposizione da Filmauro di Aurelio e Luigi De Laurentiis, che saranno suddivisi in parti uguali tra il regista e il produttore.

Note critiche di Mariella Cruciani

Shuiyin Jie della regista e produttrice cinese Vivian Qu è, anzitutto, un film sullo sguardo: Li Qiuming (Lu Yulai), giovane apprendista in una compagnia di sistemi satellitari, guarda, osserva, traccia linee per aggiornare i dati urbanistici della città. Per arrotondare lo stipendio, inoltre, piazza illegalmente videocamere di sorveglianza. Se, all’inizio del film, è il protagonista a “spiare”, in un certo senso, gli altri, ben presto la situazione si capovolge e Quiming, sulle tracce di una misteriosa ragazza, finisce per diventare vittima di anonimi funzionari che lo accusano di aver rubato segreti di stato. La prima metà della pellicola è scandita dai tentativi di Quiming di scoprire l’identità e il posto di lavoro di Guan Lifen (He Wenchao), la giovane donna che ha attirato la sua attenzione. Inizialmente, dunque, ci troviamo di fronte ad un ragazzo qualsiasi, innamorato di una sconosciuta e pronto a tutto per rincontrarla e farsi amare: Quiming è tenero e delicato e non stonerebbe affatto in un film di Rohmer. L’incontro tra i due personaggi, Quiming e Guan Lifen, non genera, però, una tranquilla relazione sentimentale bensì trascina lo sfortunato protagonista in un incubo kafkiano, abitato da burocrati quasi senza volto ma irriducibili. Naturalmente, anche il tono e le atmosfere della pellicola prendono una piega diversa e lo spettatore si trova catapultato, nella seconda parte, in un’opera a metà tra un thriller e un film di spionaggio. Vivian Qu ha spiegato che la vicenda del film è inventata ma che è nata vivendo in Cina: negli ultimi anni – ha detto – c’è stata una maggiore libertà e apertura ma sono avvenute anche cose come siti web bloccati all’improvviso o sms non spediti perché contenenti parole “sensibili”. Questi fatti hanno stimolato la riflessione della regista e dato vita ad una pellicola, classica e moderna insieme, incentrata sul tema del controllo e che restituisce anche un ritratto della Cina contemporanea, con le sue contraddizioni e i suoi paradossi.

Nella società in cui viviamo, ovunque, ci sono telecamere: a volte, siamo vittime, altre siamo collusi – ha precisato la cineasta cinese. Infine, ha dichiarato che il finale del film, con il ragazzo allo specchio e stremato dall’ossessione di essere spiato, potrebbe evocare La conversazione (1974) di Francis Ford Coppola ma che, in realtà, Quiming non è distrutto ma sta iniziando un percorso di presa di coscienza. Un’opera prima dalla messa in scena consapevole e dallo sguardo raffinato per farci riflettere su come, oggi, le informazioni siano facili da raggiungere ma debbano, poi, integrarsi con i sentimenti.

(Mariella Cruciani)