Alien, storia di una saga filmica e musicale

Alien: Covenant (2017) - regia di Ridley Scott, musiche di Jed Kurzel (Distribuzione italiana: 20th Century Fox)

La saga cinematografica di Alien, giunta con Alien: Covenant alla sesta tappa (più i due “cross-over” Alien vs. Predator) e iniziata ormai quasi quarant’anni fa (correva l’anno 1979) con il capostipite di Ridley Scott, presenta sotto il profilo musicale una particolarità che è quasi un’anomalia: essa ha infatti cambiato compositore ad ogni capitolo, compresi gli ultimi due dove il regista è tornato ad essere colui che l’aveva iniziata. Specchio eloquente delle vicissitudini produttive cui il ciclo è stato sottoposto, e nel contempo stimolante territorio di esercizio per musicisti molto diversi tra loro, ognuno dei quali ha sviluppato lo spunto di base in una direzione personale e precisa.

Le cose non erano cominciate sotto una buona stella, in quel ’79; il grande Jerry Goldsmith infatti, che pose mano ad Alien quasi contrapponendosi idealmente al sinfonismo ottimistico e rutilante di John Williams per la saga Star Wars iniziata due anni prima, vide la propria partitura manipolata, parzialmente sostituita e rimaneggiata al punto da indurre il maestro californiano a criticare fortemente l’esperienza: cui seguì, per la cronaca, una nuova collaborazione con Scott nel 1985 per il fantasy Legend, anch’essa sfortunata, con lo score di Goldsmith sostituito per la versione americana dalla band tedesca dei Tangerine Dream. In realtà la partitura goldsmithiana era di straordinaria, spiazzante modernità, sia nell’utilizzo di armonie innovative, a tratti radicalmente atonali (l’accordo “morto” iniziale degli archi, lo spettrale tema della tromba), sia nell’impiego di espedienti e soluzioni timbriche d’avanguardia per l’epoca, come l’”echoplex”, un dispositivo che permette di riverberare i suoni all’infinito dando così la sensazioni di ambienti e spazi immensi.

Il sequel di Jim Cameron dell’86, Aliens – Scontro finale, basato molto di più sull’action e sull’humour nero, coinvolse James Horner in uno stato di assoluta grazia: il futuro premio Oscar di Titanic costruì un affresco sinfonico di inaudita violenza timbrica e ritmica, affiancando a soluzioni armonicamente spericolate una strumentazione di audace fattura e introducendo quelli che sarebbero divenuti alcuni “autografi” del suo comporre, come il gruppetto saettante degli ottoni o la frase lunga e desolata degli archi. Non meno in sintonia con lo spirito cupo, claustrofobico e primitivistico del terzo capitolo, Alien³ (1992) di David Fincher rivelò in Elliot Goldenthal un compositore dotato di un grande senso del tragico, in grado di erigere una cattedrale di sonorità apocalittiche e insieme malinconiche, crepuscolari, quasi a sancire la fine di un mito e di un’epoca.

Che però non si esaurirono lì, e proseguirono nel ’97 con il fantasioso e visionario, ma modesto, Alien – La clonazione di Jean-Pierre Jeunet, le cui musiche furono affidate all’allora trentenne John Frizzell, nuova leva della Hollywood musicale e qui autore di una partitura disinvoltamente “action”, non senza qualche esplicito omaggio al precursore Goldsmith.

Pareva (e forse poteva, e doveva) finire qui. Ma un quindicennio dopo Ridley Scott pose mano al prequel di Alien con Prometheus: scomparso nel frattempo (2004) Goldsmith – anche se sarebbe stato difficile immaginare un nuovo incontro fra i due visti i precedenti – la produzione è ricorsa al bavarese Marc Streitenfeld, uno dei molti pupilli della “scuderia” di Hans Zimmer e come tale già strettamente legato al cinema del regista inglese. Streitenfeld opta per una soluzione tecnicamente molto complessa: per ottenere un suono davvero straniato, “alieno”, fa eseguire all’orchestra diretta da Ben Foster la propria partitura all’incontrario, per poi registrarla a sua volta a rovescio, cioè secondo il verso originario. Procedura contorta ma efficace, che produce un “sound design” stratificato e voluttuosamente dark, e dove fa la propria apparizione anche una citazione diretta del tema goldsmithiano.

Citazionismo che è poi il perno dell’ultimo capitolo, Alien: Covenant (2017), il ”reboot” con cui Scott tutto ricomincia, e che chiama in causa il 40enne australiano  Jed Kurzel, fratello e sodale del regista Justin e per questi già autore del pregevole “score” di Macbeth e del meno interessante Assassin’s Creed, oltre che e dell’horror-rivelazione Babadook (2014, Jennifer Kent); per Kurzel la partitura originale di Goldsmith è infatti un totem dinanzi al quale inchinarsi in continuazione, limitando i propri interventi a dense fasce di sonorità orchestrali minacciose miscelate ad un largo utilizzo dell’elettronica.

Ma l’ottantenne regista è già al lavoro sul sequel di Covenant, annunciato per il 2019: vedremo (e sentiremo) a chi toccherà stavolta…