After Earth. Dopo la fine del mondo un film di

Dopo una serie di flop pesanti come macigni (da Lady in the water in poi), il mondo del cinema ha deciso di provare a investire ancora una volta in M. Night Shyamalan, indiano cattolico trapiantato negli USA e autore di quattro bellissimi ed enigmatici film (Il sesto senso, Unbreakable, Signs e The Village) prima di perdersi per strada vittima più della pessima gestione del proprio talento che di un’effettiva sopravvalutazione intervenuta dopo le prime quattro pellicole. I 130 milioni di dollari che gli sono stati messi a disposizione per tentare una prova d’appello sono una cifra davvero importante.

Ma After Earth conferma purtroppo gli elementi meno incoraggianti della poetica di Shyamalan piuttosto che riportare in superficie quelle componenti che avevano fatto gridare all’autore nel momento in cui i titoli sopra citati erano arrivati nelle sale di tutto il mondo creando intorno al suo nome un’aura di leggenda non del tutto giustificata se valutata con attenzione alla luce dei successivi esiti creativi (con gli imbarazzanti E venne il giorno e L’ultimo dominatore dell’aria 3D).

Quando in un film gli errori cominciano dal casting, è come iniziare una salita in bici già in debito di ossigeno. Costretto dalla produzione a lavorare su un soggetto scritto da Will Smith (che è anche co-produttore della pellicola), Shyamalan si è trovato di fronte a una scelta obbligata: accettare che il potente attore di colore imponesse se stesso e il figlio come coppia praticamente unica di attori in scena per tutta la durata del film, assecondando quindi una spudorata operazione di nepotismo artistico che getta una luce sinistra sulla figura di un attore già in passato reo di esser incappato in analoghi scivoloni e cadute di gusto (visto che aveva fatto lo stesso quando si era trattato di imporre il figlio Jaden prima ne La ricerca della felicità e poi nel fiacco remake di Karate Kid). Quando si parte con questo tipo di costrizioni esterne, per un regista le scelte finiscono per essere inevitabilmente vincolate e lo spazio di manovra per imporre al film il proprio “tocco” davvero limitate. Cosa che puntualmente accade in questo After Earth – Dopo la fine del mondo.

Immaginate la Terra tra 1000 ani circa: abbandonata da dieci secoli dagli umani che si sono rifugiati sul pianeta Nova Prime a seguito di un evento catastrofico, è ormai un pianeta dominato da una natura rigogliosa e ipertrofica e da animali variamente pericolosi diffusi ovunque per la mancanza in loco da secoli del peggiore dei loro predatori. Non ci sarebbe alcun motivo di organizzare un viaggio da quelle parti. Se qualcuno dei colonizzatori di Nova Prime ci finisce, è solo a seguito di un incidente.

Ovvero proprio ciò che accade a Cypher Raige (Will Smith), leggendario comandante delle squadre degli United Rangers, ovvero i superpoliziotti che hanno il compito di difendere gli umani dalla minaccia di nuovi alieni diffusi ovunque e particolarmente pericolosi perché, pur essendo ciechi, fiutano il corpo umano sulla base della paura che prova. I soli in grado di combatterli sono infatti i Ranger proprio perché parte del loro addestramento è incentrato sul controllo dei sentimenti e sulle capacità di dominare la paura stessa.

Cypher è spesso lontano in missione e per questo non ha molto tempo da dedicare alla famiglia, già di per sé non troppo serena a seguito della morte accidentale della figlia deceduta in un incidente di cui è stato in parte responsabile il figlio maschio Kitai, un quindicenne di belle speranze che vede nel padre l’idolo da imitare in ogni aspetto della vita. Reduce da una delle sue tante missioni, Cypher viene convinto dalla consorte a portare con sé il ragazzino nella speranza che il tempo da trascorrere insieme durante la navigazione permetta a padre e figlio di ricreare quel rapporto che sembra non ci sia veramente mai stato, ma anche per consolare il ragazzo per essere stato bocciato all’esame di ammissione all’accademia dei Ranger.

Quando la loro astronave è in rotta in prossimità della Terra, viene colpita da un asteroide e precipita sul pianeta che un tempo era la casa dell’uomo. Ferito in modo serio durante l’atterraggio di fortuna, Cypher è costretto all’immobilità all’interno della nave spaziale e tocca quindi al ragazzo l’arduo compito di ingegnarsi per trovare una possibile via d’uscita dall’impasse in cui lui e il padre azzoppato si sono venuti a trovare. Sarà solo grazie alla nascita di un rapporto di leale collaborazione tra i due (ma anche all’apparato tecnologico su cui Cypher può contare per telecomandare Kitai preallertandolo circa i pericoli che incombono) che la missione potrà essere portata a termine e il rientro alla base garantito con nuove prospettive di armonia generazionale in casa.

Secondo una stima approssimata per eccesso, pare che l’anno 2013 vedrà arrivare nelle sale del pianeta qualcosa come 40 titoli più o meno legati i generi della fantascienza e del fantastico. Nel caso presente l’ambientazione futurista è però un puro pretesto per offrire ospitalità a due temi alquanto abusati nel cinema USA di questi anni e per i quali non era affatto necessario spendere 130 milioni di dollari per trovar loro un contenitore narrativo che li potesse ospitare. Stiamo cioè parlando del più che liso tema del rapporto tra padri assenti che dedicano tutti se stessi al lavoro e non hanno tempo per la prole, e figli schiacciati da personalità paterne troppo ingombranti ma decisi a dimostrare ai distratti genitori non solo la propria presenza ma anche il proprio valore.

Se poi si aggiunge che nel film di Shyamalan c’è l’aggravante che i due protagonisti sono padre e figlio nella vita e che forse questo tipo di non-rapporto altamente problematico riflette probabilmente il reale stato delle cose in casa Smith, si può ben capire quanto poco allettante sia il fatto che questo tema costituisca la spina dorsale della sceneggiatura.

L’altro nucleo forte del film è invece rappresentato dal tema forse ancora più scontato e meno seducente del cattivo uso che gli umani hanno fatto del pianeta e del suicidio ecologico perpetrato dalle generazioni negli ultimi decenni. Insomma, tutta roba fresca e nuova che svuota di interesse un film nato male in partenza e approdato a esiti inevitabilmente poco incoraggianti proprio per le discutibili premesse di fondo che ne motivano l’esistenza.

E il regista (che è anche co-autore della sceneggiatura basata sul soggetto di Will Smith) dov’è, ci si potrebbe chiedere? La sua è solo una marchetta di lusso fatta per cercare di ricostruirsi una verginità autorale dopo gli insuccessi degli ultimi film, oppure c’è traccia da qualche parte di quelle ossessioni che avevano reso intriganti e forse unici i primi film da lui girati in carriera?

A dire il vero un terzo tema “forte” che attraversa quasi l’intera durata della pellicola esserci c’è. Si tratta della paura declinata in tutte le sue forme e della capacità che l’uomo deve avere di vincerla tenendola sotto controllo grazie al dominio della razionalità. Un tema questo, sopratutto se pensato in connessione al terrore che l’inconoscibile e l’altro esercitano sulla mente umana, sono costanti abbastanza tipiche del cinema del regista indiano. Ma oltre a questo è difficile individuare qualche tratto di stile che possa denunciare la presenza di un regista dalla forte personalità nascosto tra le pieghe di un blockbuster d’azione difficile da distinguere da troppi altri prodotti analoghi.

Per il resto il film delude. Delude sia per il fatto che quasi l’intero peso drammaturgico dell’azione ricade su un ragazzino di quindici anni il cui unico e più grosso merito è l’essere figlio di una star hollywoodiana di primissima grandezza, ma che non ha ancora le spalle abbastanza larghe (in tutti i sensi) per caricarsi addosso un film intero e portarselo dietro senza che alla gente in sala inizi dopo molto poco a dare fastidio l’idea di essere finiti all’interno di un film per adolescenti pur trattandosi invece di un serissimo dramma sulle angosce del futuro. Ma delude anche perché il soggetto – di per sé stimolante e passibile di sviluppi sicuramente molto complessi e articolati – viene appiattito nell’ennesima variazione sul tema dell’uomo solo a confronto con le forze scatenate della Natura e dell’impegno di rimanere vivo lottando contro tutti e tutto

E alla fine  non è quindi un caso che la cosa migliore dell’intera pellicola non siano né i prodigiosi effetti speciali con cui sono state create artificialmente le multiformi creature che popolano la Terra né gli inquietanti alieni (gli invisibili Ursa che fiutano le prede umane sulla base dell’odore della loro paura) contro i quali i Ranger combattono la loro lotta senza quartiere. Nulla di tutto ciò perché si tratta comunque di diavolerie variamente assortite e create in laboratorio già viste in troppi film simili a questo. Ciò che è invece davvero spettacolare è l’insieme di esterni reali che sono stati usati per girare molte delle scene sulla Terra (e in questo caso non c’è di mezzo alcun computer ma solo il trionfo delle bellezze del pianeta che il film ci racconta verrà un giorno mortificato in maniera definitiva dalla mancanza di rispetto ecologistico da parte di quanti ne sono oggi gli ingiusti dominatori e sfruttatori).

Teatro di questi meravigliosi viaggi sono gli scenari naturali ricchi di vegetazione del parco statale di Humboldt Redwoods nella California del Nord, le foreste del Costa Rica e il suo magico vulcano Arenal, il deserto vicino alla città di Moab nello Utah, i ghiacciai islandesi e la vetta all’Eiger in Svizzera. Tutto così bello da sembrare il prodotto innaturale di virtuosismi della grafica computerizzata, anche se non è affatto così.

Per presentare queste meraviglie naturali che il pianeta può per fortuna ancora vantare sarebbe però stato sufficiente girare un decoroso documentario in stile National Geographic, e non sperperare 130 milioni di dollari per permettere a Will Smith di allestire in grande scala una seduta di psicanalisi in famiglia ambientandola in futuribili scenari fantasy.

Se Shyamalan non avesse smarrito da tempo il suo “sesto senso” di una volta, forse se ne sarebbe reso conto prima di accettare l’incarico e avrebbe fiutato l’inghippo. Ma ormai è chiaro che il regista indiano non è più un “predestinato” (come il suo indistruttibile eroe protagonista di Unbreakable) e che è “venuto il giorno” in cui tutti devono ammettere – estimatori e fan – che la sua stella è fin troppo offuscata perché si possa parlare soltanto di un incidente di percorso.

Trama

Sono passati 1000 anni da quando gli esseri umani hanno lasciato la Terra devastata da una serie di catastrofi naturali e si sono trasferiti su una altro pianeta. La Natura ha preso il sopravvento e molte specie di animali pericolosi ne sono la fauna tipica. A finirci a seguito di un incidente alla navicella spaziale su cui viaggiano sono padre e figlio, il primo comandante delle unità che combattono gli alieni nocivi in giro per la galassia, il secondo oppresso dalla personalità del genitore e alla costante ricerca di ristabilire con lui il rapporto che non ha mai avuto. Siccome il padre è rimasto gravemente ferito durante l’impatto, tocca al ragazzino trovare il modo per uscire dall’impasse e tornare incolume col genitore a casa.