41° Settimana del Cinema Magiaro 2010

Da quarantun anni la cinematografia ungherese prosegue un rito annuale inventato negli anni del socialismo reale e mantenuto dopo la caduta del regime che tuttora si presenta quanto mai utile. All’inizio di febbraio l’ente che sovraintende alla diffusione dei film magiari inviti a Budapest una cinquantina fra compratori, esercenti, critici, funzionari di festival e mostra loro l’intera produzione dell’anno. E’ un’occasione unica per tastare il polso a questa cinematografia e, attraverso essa, alla società da cui scaturisce. La rassegna si termina con l’assegnazione di vari premi, alcuni decretati da giurie nazionali, uno deciso dai critici stranieri presenti alla rassegna. Il verdetto di quest’anno ha conciso sia sul fronte del massimo riconoscimento nazionale, sia su quello dei recensori esteri.

In entrambi i casi, il massimo riconoscimento è andato a Bibliotheque Pascal di Szabolcs Hajdu che ha ricevuto anche il riconoscimento per la migliore fotografia, premio andato ad András Nagy. Il titolo richiama l’insegna di un locale equivoco dedicato a una clientela d’intellettuali depravati che non esitano a pagare forti somme per soddisfare, su donne uomini e bambini, le loro turpi voglie, arrivando sino a uccidere quanti sono loro sottomessi. Il tutto nasce dal racconto di una giovane prostituta che ha abbandonato la figliola giovanissima e che ora si rivolge all’agenzia per la protezione dell’infanzia per riaverne l’affidamento. In realtà si tratta di una sorta di favola – sogno in cui la donna trasforma in sogno quasi visionario le sofferenze e il dolore subite dalla costrizione di essere avviata a un mestiere dai tratti assai meno fiabeschi. La parte di sogno non è esente da pesantezze e da banali fellinismi, mentre lo spazio dedicato alla realtà, fisica e psicologica, è ben più interessante. Dirige Hajdu Szabolc che già nelle opere prendenti, Off Hollywood (2007) e A te országod (Il tuo regno, 2008) aveva mostrato una forte propensione per la miscela fra fantastico e reale. Il racconto contiene ben pochi elementi originali, mentre la costruzione espressiva tende al sovrabbondante, ma, nel complesso il film possiede un buon numero di elementi interessanti.

Il riconoscimento per la migliore regia ha sortito un ex aequo di cui hanno beneficiato Zsombor Dyga per Köntörfalak (Questioni di dettaglio) e Róbert Pejó per Látogatás (Telecamera assassina). Il primo ha ottenuto anche il premio per il miglior montaggio, andato a Judit Czakó, e quello del pubblico che votava via internet. E’ una sorta di dramma da camera con, al centro, tre personaggi: un ragazzone che ha appena rimorchiato una ragazza in un bar e il suo fratello, un omosessuale dichiarato. Tutto sembra casuale e normale, sennonché, passo dopo passo si scopre che così non è, che l’incontro è stato tutt’altro che casuale e che dietro ai tre c’è una storia drammatica. Il film è condotto e interpretato in modo fermo con un crescendo pregevole di suspense. E’ un saggio d’attori, il protagonista Ferenc Elek ha ricevuto il premio quale miglior interprete, e, in un certo senso, anche uno di regia. Un buon film che racconta una storia motivata e priva d’incertezze di sceneggiatura. Il secondo è un noir ben costruito, diretto da un regista ungherese, ma produttivamente austriaco, il film mette in scena il lungo fine settimana di due coppie, una viennese e una magiaro-austriaca, in uno spettacolare villino costruito letteralmente sulle acque del lago Balaton. Uno scenario da favola interrotto dal crescere di un incubo: in quella stessa zona sono appena scomparsi tre bambini, si sospetta per mano di un pedofilo. Lentamente i sospetti si addensano su uno dei membri del quartetto, ma, come sempre capita in questi casi, il colpevole non è quello che tale sembrava a prima vista. Il salire della paura e il crescere della tensione sono ben gestiti dal regista, ma l’intera operazione non va oltre i confini del buon prodotto commerciale del tutto privo di possibili significati che vadano oltre la superficie delle immagini.

Miglior opere di genere è stato giudicato Kolórado Kid (Colorado Kid) di András Vágvölgyi. Si sa che rivolte e rivoluzioni sono spesso fatte da persone che vi partecipano senza avere affatto l’idea di fare la storia o compiere atti eroici. Questo regista ce lo ricorda con la biografia di Béla Kreuzer, un facchino amante del gioco e non restio a imbrogliare corse e a truccare scommesse. Lo arrestano nel 1959 con l’accusa di aver preso parte alla rivoluzione del 1956, cosa che ha fatto più per caso e spirito di ribellione nei confronti dell’autorità che sincero convincimento antiregime. Denunciato da un compagno di cella, subisce una condanna a ben quindici anni di carcere che sconta internamente uscendo dalla prigione nel 1974. Una volta fuori rintraccia quello che lo aveva tradito e lo uccise, per poi fuggire all’estero e trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti ove vive tuttora. Il film non si differenzia molto dalle opere dedicate a quegli anni terribili, ma ha il merito di costruire un ritratto credibile e preciso di un uomo qualunque travolto da fatti storici che attraversa senza perdere dignità. E’ una bella storia condotta senza retorica, un quadro realistico di una delle fasi più drammatiche della storia del secolo scorso.

www.cinemaeteatro.com (Umberto Rossi)