100 Film: discutiamone

Tra i problemi che affliggono la critica cinematografica, uno che può anche non apparire tale ma che invece, a mio avviso, bisogna tenere in considerazione, anche per cominciare ad affrontarlo, è la scomparsa pressoché totale della discussione tra i critici cinematografici stessi. Principalmente per questo motivo, proprio per tentare di riproporre all’interno del nostro ambito quella che un tempo si chiamava la “battaglia delle idee”, vorrei discutere sui primi risultati di una iniziativa, “100 film da salvare”, promossa dalle “Giornate degli autori” e segnatamente dal collega Fabio Ferzetti che è il direttore di questa manifestazione.
Premesso che l’iniziativa era, nei suoi propositi, molto lodevole e aveva raccolto molte adesioni (tra cui quella del nostro Sindacato), ora che finalmente si è arrivati all’elenco dei 100 film è senz’altro opportuno iniziare a esaminarla da un punto di vista critico. A tal fine è utile ricordare che la compilazione di questo elenco, riferito al cinema italiano del periodo 1943-1978, è dovuta a un “Comitato degli esperti” coordinato dallo stesso Ferzetti e composto da: un regista (Gianni Amelio), uno storico (Giovanni De Luna), uno scrittore e sceneggiatore (Domenico Starnone) e sei critici e studiosi di cinema (Gian Piero Brunetta, Gianluca Farinelli, Giovanna Grignaffini, Paolo Mereghetti, Morando Morandini e Sergio Toffetti). Come si può subito constatare, ognuna di queste persone si è meritata da tempo molto prestigio nel proprio campo d’attività, e si può dare per scontato che tutti abbiano lavorato seriamente. Eppure, lo anticipo subito, l’esito delle loro scelte mi sembra assai discutibile. Probabilmente qualsiasi altro elenco avrebbe dato luogo, con il gioco degli in e degli out, a riserve e recriminazioni. Ma, sempre a mio personale parere, colpisce nella fattispecie, ancor prima e ancor più di certe inclusioni o di certe esclusioni peraltro francamente sorprendenti, la non trasparenza del o dei criteri di scelta, sui quali pertanto non resta che avanzare qualche congettura.

Molto probabilmente i selezionatori devono avere deciso di tenere in particolare conto l’“autorialità”, dato che i nomi dei grandi registi ci sono tutti e qualcuno è anche sovraesposto, facendo persino sospettare, nei confronti di Fellini presente con ben 8 titoli, un piccolo cedimento al culto della personalità. Ma se questo è stato uno dei criteri guida (e personalmente credo che sia quello più giusto), allora c’è molto da ridire sulle scelte compiute, sia per quanto attiene al rapporto che si finisce per stabilire tra i diversi autori, sia all’interno delle preferenze accordate agli stessi singoli autori. Al riguardo, per fare solo qualche esempio tra i tanti possibili, ci si può chiedere se davvero Fellini vale, per così dire, più del doppio di Antonioni (presente con soli tre film), di cui sono stati esclusi capolavori comeL’avventura, Blow up, Zabriskie Point, Professione reporter, opere cioè che sarebbe arduo giudicare inferiori a Luci del varietà, Lo sceicco bianco, Le notti di Cabiria), o se Monicelli, Risi e Rosi (presenti con 5 film) valgono davvero più di Rossellini (4 film), di cui sono esclusiViaggio in Italia, India, La presa del potere da parte di Luigi XIV per far posto a Un eroe dei nostri tempi, Poveri ma belli, I magliari. Poco risalto, sempre in proporzione con quanto riconosciuto ad altri, viene dato ad autori come Ferreri e Pasolini (3 film), con conseguenti esclusioni di titoli (e mi limito a indicarne solo uno per regista tra i molti citabili) come La grande abbuffata e Porcile; ancor più sottovalutati sono Bertolucci e Olmi (2 film) di cui non figurano nell’elenco Prima della rivoluzione e I fidanzati; per non parlare di Paolo e Vittorio Taviani (1 film) i quali, nel periodo preso in esame, girarono alcune delle loro opere migliori, tra cui San Michele aveva un gallo, da molti critici considerato il loro film più bello e tra i più belli del cinema italiano. Per non dire della totale assenza di autori come Bene e Schifano, cui si devono alcune tra le più convincenti opere d’avanguardia e di sperimentazione “linguistica”, o come Moretti, che all’epoca, seppure molto giovane, aveva già diretto due film “leggibili” anche come autobiografie generazionali. Insomma se si volesse evincere dalla lista compilata un quadro riassuntivo del “cinema d’autore” italiano, questo risulterebbe decisamente distorto, e comunque assai diverso rispetto a quello proposto nelle Storie del cinema. Un’altra opzione che potrebbe aver orientato le scelte dei selezionatori potrebbe essere stata quella della rappresentatività per generi, visto che nell’elenco figurano molte commedie e film come Catene di Matarazzo o come Banditi a Milano di Lizzani. Ma pure in questo caso non si capirebbero le esclusioni di Leone e Argento, vale a dire i capofila del “western all’italiana” e del “giallo-horror”. Così come resta inspiegabile l’assenza di un film come All’armi siam fascisti, in assoluto il miglior film di montaggio italiano o di film storici come, oltre quelli già citati, Il terrorista di De Bosio o Bronte di Vancini, che oltre tutto riguardano direttamente momenti importanti della storia d’Italia.

Si può anche supporre che un altro, forse il principale, criterio seguito sia consistito nel considerare prioritariamente i film come documenti sociologi, come “fonti storiche indirette”, come “tracce” della memoria collettiva, correndo così il rischio del rozzo contenutistico e dello scarso apprezzamento delle qualità artistiche e culturali. Questo spiegherebbe, almeno in parte, la presenza, altrimenti incomprensibile, di diversi film mediocri e di diversi registi modesti (un titolo per tutti: La città dolente di Mario Bonnard), senza peraltro giustificare determinate assenze, come alcune tra quelle già segnalate qui sopra. Ma se questa è stata davvero la bussola che ha maggiormente orientato le scelte dei selezionatori, affiorerebbero altre perplessità, non solo e non tanto sulla lista compilata, quanto sull’uso che verrebbe fatto dei film selezionati nel luogo dove dovrebbero essere prevalentemente destinati, vale a dire le aule scolastiche. Dico questo perché da sempre il nostro Sindacato si è battuto per far entrare, in forma istituzionale e non solo sporadica, il cinema nella Scuola, come materia (curriculare) di studio. Nella Scuola, quindi, si dovrebbe insegnare, prima di tutto, il linguaggio cinematografico e, insieme, l’arte e la cultura filmica, nonché, ovviamente, le loro correlazioni con il più generale contesto sociale. E questo significa che i singoli film dovrebbero sempre essere accostati (analizzati, interpretati, criticati, commentati, valutati) come testi, cioè come opere dotate di autonomia espressiva, specificità semantica, forza referenziale; e non come pretesti, cioè come strumenti per raccogliere, più o meno surrettiziamente, spunti tematici riguardanti altre discipline, come la Storia o la Sociologia. Se si condivide questa impostazione, risulta allora necessaria una lista di 100 film (e di molti altri) che possano far conoscere nel modo più pertinente e motivato la storia del cinema e la storia del cinema italiano; soltanto secondariamente, in altre occasioni e con altre modalità, questi stessi film (e altri ancora) possono anche servire da supporto per lo studio di altre materie. Conseguentemente, come per la letteratura, le arti figurative, la musica e le altre arti, anche per il cinema occorre un canone – che come tutti i canoni va comunque sottoposto a continue revisioni – in cui sia ben riconoscibile una scala di valori, che in primo luogo dovrebbero essere di ordine estetico e culturale, altrimenti si scade nell’approssimazione e nella confusione; e in un uso solo sussidiario del cinema stesso, con l’ulteriore pericolo di veder rimandata sine die proprio la soluzione del problema più urgente: l’approvazione, appunto, di provvedimenti politico-legislativi che finalmente consentano l’entrata (dalla porta principale) del cinema nella Scuola. Su tutte queste questioni, da me qui esposte in modo troppo brutalmente sintetico e troppo poco problematico, sarebbe bene continuare a discutere, per affrontare e approfondire le diverse questioni di metodo e di sostanza, e per fissare in maniera corretta le priorità. E’ un invito che rivolgo a tutti i nostri associati e a quanti sono realmente interessati a tali argomenti, a cominciare dagli amici che hanno fatto parte del “Comitato degli esperti”.